Roma, 6 febbraio 2004

 

 

                                                                       Al Presidente della Commissione

                                                                       Difesa della Camera

                                                                       On. Luigi RAMPONI

                                              

                                               p.c.                  Al Presidente della Commissione

                                                                       Difesa del Senato

                                                                       Sen. Domenico CONTESTABILE

                                                          

                                                                       Al Sottosegretario Presidenza

                                                                       del Consiglio

                                                                       On. Gianni LETTA

 

 

Signor Presidente,

 

            sono ad esprimerLe lo stato di grave disagio dell’Associazione che ho l’onore di presiedere a cui fanno capo numerose famiglie di militari che hanno avuto dei parenti infortunati o deceduti durante il servizio militare. L’Assocazione si trova ad affrontare una serie di gravi problemi di cui Le elenco alcuni qui di seguito:

 

1) Difficoltà di comunicazione con il Ministero della Difesa.

 

Il compianto ministro della Difesa Sen. Spadolini di fronte alle problematiche che gli erano state fatte presenti e che riguardavano questioni comuni alle tre Forze Armate decise di istituire una apposita sezione competente a trattarli presso il V Ufficio dello Stato Maggiore Difesa. Divenne così, per l’Associazione, possibile rivolgersi a persone che conoscevano la materia e potevano seguire nel tempo lo sviluppo dei problemi. Questa sezione fu tuttavia chiusa successivamente (si disse per mancanza di personale). Ciò causò delle rilevantissime difficoltà alla nostra Associazione. Come Lei sa ci rivolgemmo alla commissione da Lei presieduta per far presente questo problema e se ben ricordo i membri della commissione presenti ci confermarono la giustezza della nostra tesi e cioè che era importante creare un canale di comunicazione con il Ministero della Difesa per i problemi più gravi che avevano interesse per tutte le Forze Armate.

Facemmo presente il 9 aprile u.s. anche al ministro della Difesa, che ricevette una delegazione dell’Associazione, questa problematica. Peraltro, per tutta risposta, dopo qualche giorno ci vennero comunicati alcuni numeri telefonici a cui rivolgerci. Credo si tratti dei numeri degli Uffici che per legge sono preposti a trattare le relazioni con il pubblico. Comunque non ci fu nemmeno comunicato il nome dei responsabili di tali uffici.

Per l’associazione è necessario colloquiare con personale che conosca a fondo le problematiche relative agli infortuni, ai decessi, alle malattie, alle violenze, lesioni di diritti che si verificano nella vita militare e infatti, nonostante che ci siamo rivolti con lettere e fax a questi “numeri telefonici” (una situazione che forse, Lei converrà con me, ha un sapore kafkiano) non siamo riusciti praticamente a risolvere nulla. Avendo poi comunicato questi numeri telefonici anche a varie famiglie che si rivolgevano a noi, abbiamo avuto l’impressione di un grande senso di sconforto delle stesse famiglie.

Tutto questo non giova sicuramente al buon nome delle Forze Armate, ed è un indice del distacco assai rilevante tra Forze Armate e società civile.

Le chiediamo quindi di intervenire presso il Ministero della Difesa perchè nomini delle persone responsabili e competenti delle questioni da trattare, questioni che riguardano l’insieme delle Forze Armate, possibilmente re-istituendo la apposita Sezione del V Ufficio dello Stato Maggiore Difesa o altro organismo qualificato.

 

2) Uranio impoverito

 

Un secondo grave problema riguarda le situazioni causate dalle possibili contaminazioni da uranio impoverito che hanno avuto per oggetto numerosi militari. Una ventina di questi sono morti, più di duecento sono gli ammalati.

Le norme di sicurezza per l’uranio impoverito, a seguito di quanto accadde nella Guerra del Golfo, furono emanate dai Comandi Militari degli Stati Uniti in occasione dell’operazione Restore Hope in Somalia il 14 ottobre 1993. Come Lei sa in Somalia vi furono oltre diecimila morti (una decina i morti italiani). I reparti italiani operarono in alcune circostanze, fianco a fianco con quelli USA. Ma i reparti USA avevano adottato le norme di sicurezza, mentre non così accadde per i reparti italiani. Le prime norme di sicurezza adottate dai reparti italiani furono emanate dalla KFOR, la forza multilaterale nei Balcani, il 22 novembre 1999. Il documento venne firmato da un ufficiale italiano, il colonnello specializzato NBC Osvaldo Bizzari. Le norme mettevano in grande evidenza i rischi che correva il personale in zone bombardate da armi ad uranio impoverito. Nelle norme addirittura si legge che avvicinarsi ad un carro armato distrutto a breve distanza poteva essere causa di tumori e di malformazioni alla nascita nella prole. In effetti tra i militari italiani si sono verificate non solo varie patologie tumorali, (tumori, leucemie, linfomi) ma anche casi di malformazione alla nascita, peraltro neppure presi in esame nei lavori della commissione Mandelli.

Il prof. Mandelli, in un articolo scritto insieme al prof. Mele sulla Rivista ‘Epidemiologia e prevenzione’ del 2001, ha affermato che non si poteva escludere la possibilità che i linfomi di Hodgkin potessero essere stati causati da contaminazione con l’uranio.

In una situazione in cui non vi è la certezza che non vi sia un legame causa-effetto viene normalmente concessa la causa di servizio, e così doveva essere in questi casi. Ma non lo è stato, e così numerosissimi militari si sono dovuti curare a loro spese e le famiglie hanno dovuto indebitarsi per somme molto rilevanti anche decine di milioni. In alcuni casi si sono dovute fare delle collette tra militari e civili per poter dare la possibilità a questi militari di curarsi.

Tra l’altro le collette sono proibite per regolamento tra i militari e questo ha creato ulteriori difficoltà. Un commilitare del militare Valery Melis, recentemente deceduto, il tenente Pireddu, che ha promosso una colletta, per poter consentire al Melis di essere operato con un trapianto di midollo, è stato sospeso dal servizio.

I militari italiani, a differenza di quelli degli Stati Uniti, si sono dunque trovati per lungo tempo privi di ogni protezione e ciò è un fatto gravissimo sul quale da tempo si sarebbe dovuto indagare. La causa del gran numero di casi di possibile contaminazione che si sono riscontrati nei reparti italiani è molto semplice: i reparti italiani sono stati quelli che più a lungo hanno operato senza protezione.

Nelle riprese televisive dei nostri militari che si trovano in Iraq, si sono normalmente visti militari privi delle maschere di protezione, non è quindi chiaro se in Iraq, dove i nostri reparti, tra l’altro, operano sotto la copertura del codice militare penale di guerra, vengano o meno, applicate le norme di sicurezza. Tali norme dovrebbero essere adottate perchè, come hanno ammesso gli stessi comandi militari USA, un ampio impiego di armi all’uranio è stato fatto dalle Forze Armate di quel paese in Iraq.

Lo scrivente crede che, sia per quanto riguarda la mancata tempestiva adozione di misure di protezione, sia per quanto riguarda la mancata concessione delle cause di servizio, dovrebbe essere effettuata una accurata indagine per individuare i motivi di quanto accaduto.

Nella terza relazione della commissione Mandelli, visto il numero grandemente esorbitante, rispetto ad ogni previsione dei linfomi di Hodgkin, la commissione stessa aveva richiesto al Ministero Difesa di autorizzare un prosieguo di indagini il che invece non è stato concesso. E questo è un fatto molto grave di cui pure credo occorrerebbe accertare le cause, in quanto indicano una insufficiente preoccupazione per la salute dei soldati.

Nelle relazioni Mandelli, infine, si raccomandava l’attuazione di un programma di misure di monitoraggio e controllo sui reduci dalle missioni. Tale programma è risultato purtroppo in larga parte disatteso, come si evince da varie interrogazioni parlamentari relative a quanto è accaduto soprattutto nella zona del Nord Est e riguardante vari ospedali militari (Padova, Verona, Belluno).

Ritengo anche che a questo proposito occorrerebbe fare accertamenti per capire per quali motivi sia stata gravemente trascurata la tutela della salute, ma anche in relazione alle indagini necessarie per conoscere un fenomeno che ha lunghi tempi di evoluzione e che perciò deve essere collocato in un decorso di molti anni.

I bombardamenti con armi ad uranio impoverito, nella ex Jugoslavia e in particolare in Bosnia, sono stati effettuati per lo più con aerei decollati dalla base di Aviano, base al comando di un colonnello dell’Aeronautica Militare italiana. Dunque presso la base devono essere disponibili tutti i piani di volo e i rapporti di volo contenenti precise indicazioni circa le armi impiegate nelle varie missioni e le coordinate geografiche degli obiettivi colpiti. Stranamente, in risposta alle interrogazioni parlamentari sulla morte del militare Salvatore Vacca, venne affermato che in Bosnia non vi erano stati bombardamenti con armi ad uranio. Soltanto, all’incirca un anno dopo, il Ministero della Difesa ammise invece che i bombardamenti con queste armi vi erano stati. Si trattava di alcune migliaia di proiettili.

Inoltre, è di questi giorni la notizia, che dieci tonnellate di selvaggina (compreso un orso, delle renne e altri animali), trasportati in un tir, sono stati fermati alla frontiera con la ex Jugoslavia e ne è stato disposto l’incenerimento perchè provenienti da aree inquinate da armi ad uranio impoverito.

Chi ha dato le disposizioni per l’incenerimento, dunque, conosceva sicuramente quali erano queste aree per le quali il Governo Italiano  ritiene che vi sia un pericolo di inquinamento tanto grave da rendere necessaria una drastica misura come quella sopra accennata.

Ma nessuno ha comunicato ufficialmente questo dato pur così importante. Se il pericolo vi era per gli orsi, vi era certamente anche per gli uomini che hanno operato in quelle aree. Una indiretta conferma dei pericoli esistenti ancora oggi nella ex Jugoslavia ci viene da un articolo sulla ‘Gazzetta del Mezzogiorno’ del 06.02.2004, di cui Le allego copia, e che riporta dei dati molto preoccupanti per la popolazione di quei paesi.

Queste problematiche riguardanti la sicurezza e in particolare il diritto alla salute dovrebbero, tra l’altro, essere trattate dagli organi di rappresentanza (COCER, COIR, COBAR), in base a quanto disposto dalla Legge 382/78 che affida, tra l‘altro, a queste rappresentanze le problematiche riguardanti il benessere (nella specifica situazione di oggi, forse sarebbe meglio parlare di “malessere”!) del personale. La questione ha particolare rilievo per i reparti che operano sotto il codice penale militare di guerra in Afghanistan e in Iraq.

Purtroppo l’apporto di queste rappresentanze che potrebbe essere prezioso per conoscere la situazione e per consigliare misure da intraprendere, sembra condizionato per via di limitazioni imposte dalle attività di tali rappresentanze chiamate a trattare quasi esclusivamente problematiche di tipo economico-contrattuale.

E’ questa una situazione di particolare rilevanza, perchè ritengo che probabilmente porta con sè una spinta verso la costituzione di ambiti extra militari di tutela degli elementari diritti del personale. E’ opinione ormai diffusa che solo un sindacato possa intervenire efficacemente operando dall’esterno e probabilmente anche le nostre Forze Armate (specie nella prospettiva di un esercito europeo), dovranno tener conto della presenza futura di un sindacato come l’Euromil, o altri, già esistenti in Forze Armate straniere.

Per quanto riguarda le limitazioni relative alle attività che possono essere svolte dalle rappresentanze, ho letto con grande preoccupazione una recente disposizione del Ministero della Difesa che praticamente tende a togliere il diritto di parola ai militari, diritto che invece era stato assicurato con la sopracitata Legge 382. Per poter prendere la parola in un convegno sembra che occorra presentare domanda scritta addirittura con trenta giorni di anticipo. Cosa, come spero Lei convenga con me, è praticamente infattibile.

 

3) Indennizzi alle famiglie

 

Questo invece è un altro gravissimo problema che desidereremmo poterLe esporre in ogni dettaglio e di cui Le facemmo un accenno già il 5 luglio 2001, riguarda gli indennizzi alle famiglie di militari deceduti o infortunati. Ci sono oltre diecimila tra queste famiglie che hanno avuto dei congiunti deceduti o infortunati e di cui ancora, a distanza di oltre venti anni, non conosciamo neppure i nomi, mentre sono titolari di un diritto all’indennizzo sancito per legge. Infatti la legge 280 del 1991 prevede che questi risarcimenti siano concessi dal 1° gennaio 1969.

Ma come è possibile concedere il risarcimento se non si sa chi sono i titolari? E come fanno gli stessi titolari del diritto all’indennizzo di esserne a conoscenza se non vengono compilate delle liste con i loro nomi  dato che solo così possono fare domanda?

Non credo di esagerare nel dire che questa è una situazione da “Quinto Mondo”! Come Lei ben sa, essendo stato come il sottoscritto, per lungo tempo militare, presso tutti i Distretti esiste per ciascuno dei casi di morte o di infortunio, una cosiddetta “pratica”. Quindi dovrebbe bastare una comunicazione circolare a tutti i distretti per conoscere i nomi dei militari morti o infortunati.

Comunque, almeno dal 1976, dopo che il compianto Ministro Spadolini dette ordine di comunicare annualmente alla commissione Difesa l’elenco dei morti e degli infortunati, questi nomi debbono essere noti al I Reparto dello Stato Maggiore Difesa. Il che d’altra parte, è comprovato da uno studio del succitato Ufficio, studio di cui ho avuto occasione di inviarLe copia, che riguarda il periodo dal 1976 al 1984, e dal quale, per quanto concerne i morti, ne risultano 3112.

Per conoscere questo numero occorreva evidentemente conoscere i nomi di coloro che questo numero hanno determinato. D’altra parte, se la commissione Bilancio, non conosce il numero degli aventi diritto, non è possibile neppure stabilire la cifra che il governo dovrebbe stanziare. In realtà, questo avrebbe dovuto essere stato fatto da oltre vent’anni. Ma la situazione è diventata assolutamente insostenibile ulteriormente, e questa Associazione si trova nella necessità di difendere con ogni mezzo legale possibile i diritti completamente violati dallo Stato di queste famiglie di cittadini italiani.

 

Altre questioni che sono motivo di disappunto nell’ambito di coloro che fanno parte dell’Associazione, e per i quali mi limiterò sono ad un cenno, sono i seguenti:

 

 

 

 

a)      Il voto dei militari all’estero.

Oggi con la legge Tremaglia possono votare i cittadini (italiani residenti all’estero) anche per posta. E’ quindi veramente grottesco che non possano votare i militari all’estero residenti in Italia!

 

b)      Corretta applicazione del codice penale militare di guerra

Cito un esempio: visto che in Iraq i nostri reparti operano secondo il codice penale di guerra, le vedove dei caduti di Nassirya avrebbero potuto poter godere del trattamento di ‘vedove di guerra’ e così gli orfani. Invece sono state emanate nuove norme di indennizzo per i caduti in tempo di pace. Norme grandemente diverse da quelle che sono state in vigore fino ad oggi e che hanno creato per i famigliari delle vittime del dovere in tempo di pace (pensiamo ad esempio agli agenti morti a Via Fani il 16 marzo 1978) delle profonde e difficilmente accettabili diversità.

 

c)      Disparità nella giustizia amministrativa

Siamo in presenza di rilevanti differenze tra l’ambito militare e altri ambiti ed è da ritenersi necessaria una unificazione.

 

d)      Esercizio del diritto di difesa e giustizia militare

E’ estremamente confusa la situazione dell’esercizio di difesa per il militare ed in senso più ampio la rispondenza dei codici militari di guerra e di pace e quindi della giustizia militare.

I codici sono ancora ispirati ad una situazione come quella del 1941 profondamente diversa dalla attuale rispetto ad altri paesi europei vi sono notevoli differenze che andrebbero attentamente valutate anche in previsione di un possibile futuro esercito europeo.

Circa la applicabilità dei codici e dei rapporti tra giustizia militare e giustizia civile cito due casi che hanno interessato anche l’Associazione che presiedo: il primo caso riguarda la morte dei militari Fioretti e Nigro precipitati da 50 mt di altezza da un elicottero in missione antiguerriglia in Kossovo. Era in questione una problematica con specifici riflessi militari che poi però per insufficiente possibilità di applicazione dei codici militari è stata passata ad un tribunale civile che ha ovviamente delle grandi difficoltà a valutare determinati aspetti tipicamente militari della situazione.

Altro esempio è quello delle violenze che furono esercitate in Somalia da alcuni militari, un caso attinente ad una situazione tipicamente militare. Anche per questo vicenda non è stato possibile utilizzare il codice penale militare di pace e la questione è quindi finita con l’essere trattata da vari tribunali civili che hanno avuto ovviamente notevoli difficoltà a valutare le situazioni che si erano create.

Probabilmente sarà necessario pensare ad una revisione completa del rapporto attuale tra tribunali militari e tribunali civili, rinunciando ad una giustizia militare nettamente separata da quella civile e valutando la possibilità di istituire delle sezioni speciali preparate a trattare i problemi militari ma dislocate nell’ambito dei tribunali civili.

Un altro caso in cui vi sono state non poche interferenze e sovrapposizioni tra l’opera dei tribunali militari e quelli civili è il caso del paracadutista Scieri, morto nella caserma dei paracadutisti di Pisa in circostanze che non sembrano a tutt’oggi chiarite.

 

Mi fermo qui, ma Le saremmo grati se volesse ascoltare ancora una volta  una delegazione dell’Associazione in Commissione Difesa per poter meglio affrontare le questioni sopraindicate ed altre che riguardano il personale militare ed hanno riflessi sulle loro famiglie.

 

                                                                                  Falco Accame

                                                                         Presidente ANA VAFAF