|
Signor Presidente,
All'incirca un anno fa, e precisamente il 9 Aprile 2003, Lei ebbe la cortesia di ricevere,
nella Sua qualità di Capo delle Forze Armate, una delegazione di 19 persone dell'Associazione
che ho l'onore di presiedere, Tutti i presenti all'incontro Le furono grati della sensibilità
che Lei dimostrò in quella occasione nei loro riguardi.
Purtroppo, ad un anno di distanza, tutti i problemi allora segnalati sono ancora aperti.
Tra questi mi limito ad accennare a due di essi, riservandomi, nell'esposto che le allego,
a fornirLe ulteriori dettagli.
Le due questioni di cui Le faccio cenno sono, purtroppo, legate tra loro da un fatto comune
e cioè la grave trascuratezza delle Forze Armate verso il personale che ha prestato servizio in esse.
In base alle disposizioni di legge vigenti (Legge 381/81 e 290/91) oltre 10.000 militari,
infortunati o deceduti (e, per i deceduti, le loro famiglie),debbono essere indennizzati
dallo Stato a partire dal 1° Gennaio 1969. Ad oltre 30 anni di distanza non si conosce neppure
il nome degli aventi diritto. Si tratta di persone che hanno servito la patria e sono morte,
oppure sono state soggette a menomazioni fisiche o psichiche. Esse non hanno ad oggi,
ricevuto neppure UNA LIRA. E' concepibile che lo Stato Italiano e le sue Forze Armate
non rispettino le leggi dello Stato Italiano? C'è da chiedersi,se le Istituzioni che funzionano
a questo modo siano da difendere o piuttosto da abrogare. C'è da chiedersi in particolare,
se è così che funziona la grande "famiglia militare" e su come essa ha cura dei cosiddetti
"nostri figli", cioè occorre stabilire se questi "nostri" o di qualche "alieno".
Legata a questa situazione c'è quella delle vittime di Nassirya,per le quali, invece,
seduta stante si è provveduto, attraverso una legge ad hoc, con degli indennizzi di oltre
400 milioni di vecchie lire a persona, cioè con degli indennizzi 400 milioni di volte superiori
a chi avesse percepito una UNA LIRA.
Credo che sia stata compiuta una grande ingiustizia e che Istituzioni che seguono simili
criteri per motivi di opportunismo meritino una precisa parola di biasimo.
La seconda questione, su cui troverà precisazioni nell'allegato esposto, riguarda i militari
morti e ammalati per possibile contaminazione da uranio impoverito. Nessuno, oggi, visto
che non conosciamo, purtroppo ancora la natura dei tumori, può affermare con assoluta certezza
che le numerosissime patologie verificatesi, oltre 200 (ma il numero esatto non lo conosciamo,
perché molti degli ammalati non vogliono far conoscere le loro condizioni, anche per paura
di perdere il posto di lavoro), dipendano con certezza dall'uranio impoverito, ma sappiamo
anche che non possiamo affermare con certezza, che non dipendano dall'uranio impoverito.
Siamo dunque in una zona di incertezza che comunque richiede l'adozione del "principio di precauzione".
Recentemente, in una trasmissione TV (Le Iene del 25 Marzo 2004), è stato mostrato un filmato USA
del 1995 che mette in guardia i soldati sui pericoli dell'uranio impoverito. Si tratta di un filmato
basato sulle esperienze fatte dagli USA soprattutto durante le operazioni della guerra del Golfo.
Gli Stati Uniti, fin dal 1984, ci hanno avvertiti dei rischi possibili nell'impiego dell'uranio
impoverito e dopo le esperienze sui reduci della guerra del Golfo hanno adottato, fin dall'ottobre
1993, per le loro forze durante l'operazione Restore Hope in Somalia misure di sicurezza.
Le nostre Forze Armate invece, hanno emanato delle disposizioni di sicurezza solo sei mesi dopo
e precisamente il 22 novembre 1999, mentre erano in corso le operazioni nei Balcani iniziate nel 1995.
Per sei anni, dunque, i nostri reparti hanno operato in mancanza di misure di protezione.
Inoltre, nei poligoni italiani ad uso internazionale, dove paesi stranieri di varie nazionalità (oltre che
ditte private), sperimentano le loro armi (e ormai molti paesi come Stati Uniti, Inghilterra e Francia
adottano solo armi all'uranio), non sono state mai adottate misure di protezione, consistenti nel far
indossare al personale occhiali, maschere , guanti e tute impermeabili. E neppure risulta che sia stato
emanato alcun bando internazionale per il divieto di uso di armi all'uranio da parte delle Forze Armate
straniere o di industrie costruttrici nei nostri poligoni. Anche le nostre Forze Armate, del resto,
devono "testare" nei poligoni le capacità di resistenza dei carri armati italiani a fronte dei proiettili
all'uranio che possono essere utilizzati nei poligoni. Nei nostri poligoni hanno operato non solo Forze NATO,
ma anche di altri paesi come la Libia e l'Iraq.
Da osservare, inoltre, che purtroppo assistiamo in Iraq e in Afghanistan, anche in questi tempi, all'impiego
di nostro personale che non adotta misure di protezione, anche se in quelle aree vi sono stati pesanti
bombardamenti di armi ad uranio impoverito.
Molti filmati televisivi ci hanno mostrato infatti nostri reparti che durante i pattugliamenti, in vicinanza
di zone colpite e di distruzioni, non indossavano ne occhiali né maschere.
C'è da chiedersi, allora, di chi sono le responsabilità per quanto è accaduto e accade.
Da notare, inoltre, che lo Stato Italiano mentre concede la causa di servizio (e la pensione privilegiata)
a chi, ad esempio, lavora ad una fotocopiatrice e si ammala di leucemia non assegna la causa di servizio a
chi si viene a trovare ad operare là dove, magari, è esploso un missile Tomawak, che porta con sé una barra
di uranio da 300 kg. Con una enorme concentrazione di radiazioni (ed anche con effetti chimici).
Visto che il Ministro della Difesa, nonostante le numerose lettere che gli ho inviato, non ha adottato alcun
provvedimento, mi rivolgo a Lei per via della carica che riveste secondo la Costituzione.
Grato di quanto Vorrà fare per ridare un minimo di fiducia a molti cittadini che guardano con grande
scoramento alle Istituzioni.
|