Traccia dell’intervento dell’ANAVAFAF in occasione dell’incontro con il Presidente della Repubblica  9 Aprile 2003

Desideriamo illustrare al presidente alcune situazioni relative ai rapporti tra società civile ed alcuni organi della Difesa, situazioni che riteniamo profondamente ingiuste nei riguardi delle vittime di dolorose vicende accadute nel servizio militare e dei familiari delle stesse vittime. Vogliamo anche illustrare alcuni casi emblematici vissuti dalle persone oggi qui presenti.

Premettiamo che l’Associazione ANAVAFAF è sorta nel 1979 dopo due casi particolarmente tragici: la morte del marinaio Bernardo Capuozzo alla Spezia, precipitato dal terzo piano della caserma è risultato violentato e del sergente dell’Aereonautica  Gianni Conti a Vicenza, morto affogato alle due di notte nella piscina dell’aereoporto durante una festa di ufficiali. La madre del Sergente Conti è oggi qui presente come segretaria dell’ associazione.

L’associazione non ha mai avuto alcun supporto e/o riconoscimento da parte delle autorità militari pur tutelando dei militari che anno perso la vita in servizio.

Dobbiamo pertanto al senso civico del comune di Colleferro l’ospitalità che ci ha dato in una sede del comune. Siamo grati alla Regione Lazio che lo scorso anno ha riconosciuto tangibilmente il ruolo sociale svolto dall’associazione.

L’associazione ha promosso, senza alcun aiuto esterno, la costruzione di monumenti o steli a ricordo di tutti i militari morti in tempo di pace ( e non solo quelli caduti nelle missioni di peace- keeping). Ma sembra si tratti di “militi ignorati” ( anche se non “ignoti”  perché il loro nome è conosciuto). Vari comuni come Roma e Milano, ma anche molti piccoli paesi hanno aderito alla nostra iniziativa.

Notiamo tuttavia con grande dispiacere la mancanza di appoggio delle autorità militari a queste iniziative a tutela della memoria dei giovani caduti nell’adempimento del servizio. Vorremmo che un giorno dell’anno cosi come accade per tutti  i caduti in guerra, fosse dedicato anche ai militari morti in tempo di pace.

L’attività svolta dalla Associazione è descritta in un documento consegnato agli uffici della Presidenza della Repubblica.

 

Vogliamo ora segnalare alcune problematiche che ci stanno particolarmente a cuore:

 

1.     Mancanza di comunicazioni con il Ministero della Difesa.

L’ex-Ministro della Difesa, il compianto On. Giovanni Spadolini, che ricevette più volte i membri dell’associazione, ritenne necessario istituire presso il Ministero (Stato Maggiore Difesa, V Reparto), una sezione composta da 3 Colonnelli e  Tenenti Colonnelli (l’Ufficio fu retto dai Colonnelli Biaggini e Stefanelli) uno per ciascuna Forza Armata, a cui l’associazione poteva rivolgersi per prospettare i casi gravi come quelli che, in questa circostanza, vengono rappresentati al Presidente.

La sezione venne abolita all’epoca in cui era Ministro il Generale  Corcione e non  più ristabilita, nonostante che siano intervenuti i presidenti della Commissione Difesa della Camera, sottosegretari alla Difesa come il Prof. Stefano Silvestri e numerosi parlamentari.

L’Associazione è stata recentemente “audita” dalla Commissione Difesa della Camera. La Commissione all’unanimità ha riconosciuto giustificata l’esigenza di poter disporre di un canale di comunicazione tra società civili e l’apparato militare, ed anzi ha precisato che occorre fare molto di più di quanto da noi prospettato.

Dal giorno della sua nomina a Ministro della Difesa, nel porgergli l’augurio per il suo mandato, gli abbiamo chiesto un incontro, ma la lettera non ha avuto nemmeno un cenno di risposta. Credo che questo esempio sia sufficientemente indicativo di una situazione.

 

2.     Un secondo grave problema riguarda i risarcimenti alle vittime e ai familiari

Dal 1977 è stata presentata una proposta di legge discussa in Commissione Difesa della Camera nel 1979. Fu stabilita allora una retrodatività di 10 anni ( quindi dal 1969) e venne chiesto al Ministero di comunicare la lista degli aventi diritto.  La VII^ Legislatura si concluse senza che questa lista venisse presentata e così tutte le successive.

Ovviamente senza la lista non è possibile calcolare la somma da stanziare in bilancio, il che è necessario per approvare una legge. Sono passati 24 anni (dico 24 anni). In ogni Legislatura abbiamo sollecitato la presentazione di questa lista, ma ad oggi ciò non è stato fatto. Nell’attuale Legislatura all’apertura  della Camera ci siamo recati dal presidente della Commissione Difesa (5 luglio 2000) per sollecitare questo elenco. Ma ad oggi nulla. E’ possibile accettare un simile stato di cose?

La vita di un uomo non è ovviamente traducibile in un compenso monetario. Tuttavia non può non destare meraviglia il fatto che il risarcimento per la famiglia di un militare caduto è di 50 milione di vecchie lire, dico 50 milioni. Per le vittime della sciagura del Cermis, per ciascuna famiglia, con la legge approvata nella scorsa Legislatura, sono stati stanziati 4 miliardi. Migliaia di famiglie di militari non hanno ricevuto dopo 30 anni neppure una lira.

Anche se è odioso fare confronti non si può non rilevare che il “compenso” per le famiglie del Cermis è stato di 4 miliardi di volte superiore!

 

3.     Un terzo problema riguarda la concessione/negazione delle cosiddette “cause di servizio”.

E’ un problema che ha toccato di recente in particolare il personale possibilmente contaminato da uranio impoverito, ma riguarda anche un’ infinità di casi analoghi.

La maniera in cui vengono concesse le cause di servizio è difficilmente comprensibile. Come ufficiale di Marina in congedo posso assicurare che migliaia di cause di servizio sono state assegnate per malattia come reumatismi o artriti contratti in servizio in relazione all’umidità propria delle navi. La relazione tra umidità e reumatismi/artriti è una relazione probabilistica, non una relazione di certezza tra cause ed effetti. Ma in moltissimi casi viene negata la causa di servizio perché non è provata una relazione di certezza tra causa ed effetti. Vedi il caso dell’uranio impoverito. Non vi è la certezza della relazione causa/effetto (chi la scoprisse avrebbe implicitamente individuato in cosa consiste un tumore) ma certamente non la si può escludere. Credo quindi che ci sia una buona dose di “libero arbitrio” nella concessione/negazione di queste cause di servizio. Tra l’altro per un caso di militare affetto da possibile contaminazione da uranio impoverito una commissione medica ha riconosciuto la causa di servizio.

In Somalia (1993-94), dove gli USA usarono armi all’uranio impoverito e così in Bosnia (1995-96-97), i nostri reparti hanno operato senza misure di protezione, quindi a rischio di contaminazione (le prime norme della KFOR,  a firma del colonnello Osvaldo Bizzari, vennero emanate il 22 novembre 1999). La non concessione della causa di servizio in questa situazione è da considerarsi sommamente ingiusta. Molte famiglie hanno dovuto curare a loro spese i figli e a loro spese fare i funerali. Sono intervenuto per un caso di un maresciallo in Sardegna, ammalato di tumore, che aveva contratto 20 milioni di debiti per curarsi. Gli era stata annullata anche la misera pensione concessagli o gli era stato intimato il sequestro dei beni personali. Una situazione talmente paradossale da dovermi costringere a fare appello al Presidente della Repubblica nonché a tutti i parlamentari sardi.

Circa la vicenda dell’uranio impoverito vogliamo qui denunciare con forza ciò che andiamo sostenendo da oltre due anni, cioè dalla data della presentazione della prima “relazione Mandelli”  sull’uranio impoverito. Nella relazione si fa riferimento a numero di circa 40.000 militari esposti al rischio in Bosnia ed in Kossovo. Ma questo numero è da considerarsi falso nel senso che è molto superiore al reale, perché include indebitamente, oltre ai militari esposti al rischio, cioè i militari che prima della data del 22 novembre 99, (data in cui furono emanate le norme di sicurezza della KFOR) hanno operato senza misure di protezione, i militari che dopo quella data hanno operato adottando le misure di protezione e quindi non potevano considerarsi più a rischio.

Dalla cifra di 40.000 andavano tolti almeno 12.000 militari presenti nel 2000 e dopo. Le relazioni Mandelli avrebbero dovuto essere “ricalcolate”. Questa esigenza è stata fatta presente più volte al Ministero della Difesa nonchè  allo stesso prof. Mandelli, ma senza alcun esito. Eppure le valutazioni sul rischio evidentemente cambiano al mutare del numero dei soggetti interessati. La questione non è irrilevante perché riguarda la morte di molti militari e molte decine di malati.  Nella conferenza stampa in cui venne presentata la prima relazione Mandelli venne dichiarata l’innocuità dell’uranio impoverito.

La relazione era affetta per altro da un grave errore statistico. La seconda relazione, soprattutto la terza (finale) misero in evidenza non poche perplessità. Inspiegabilmente la terza relazione  a differenza delle due precedenti non è stata pubblicata su Internet.

E del resto non vi sono stati solo casi di contaminazione possibile di militari, casi di deformazione alla nascita di figli di militari che non sono stati contemplati. Ma questo vale anche per i civili in prossimità di poligoni di tiro usati anche da Paesi stranieri e per i quali non è possibile esercitare un controllo sugli armamenti impiegati….

 

Altre situazioni gravemente carenti sono le seguenti:

 

-         Nascondimento di casi di nonnismo che hanno portato anche alla morte: vedi quanto è accaduto al paracadutista Andrea Oggiano gettatosi sotto il treno a Chiavari ( dopo 8 anni si è scoperto il seviziatore) e il caso del militare Salvatore Malgioglio (processo in corso a Messina: l’uccisione è stata fatta passare per suicidio). I parenti di queste vittime sono oggi qui presenti.

-         Inesistente assistenza ai militari tornati dal servizio militare in condizioni psico-fisiche disastrose (abbiamo casi di giovani del tutto inabili a qualsiasi lavoro che restano a carico completo delle famiglie)

-         Uso indebito di classifica di segretezza/riservatezza militare. Si potrebbe citare in proposito il caso Scieri (il paracadutista trovato morto dopo 3 giorni a Pisa),  il caso Cervia, il sergente specialista in guerra elettronica scomparso alcuni anni or sono, per non citare la vicenda Ustica o quella della nave albanese Kater 1 Rades, affondata nell’Adriatico.

 

 

Concludendo vorremmo far presente che:

 

1        Nonostante dichiarati intendimenti di apertura e trasparenza da parte del Ministero della Difesa, numerosissime questioni restano senza risposta, comprese questioni sollevate da interrogazioni parlamentari. Oppure, nei casi in cui si ricevono delle risposte queste sono caratterizzate troppo spesso da una affermazione di estraneità da parte dal Ministero della Difesa, quasi che questo Ministero,  mi consenta la battuta, si caratterizzi come un “Ministero dell’autodifesa”

2        Le “rappresentanze militari” che pure dovrebbero svolgere, in base a quanto stabilito dalla legge 382/78, la legge sui Principi della Disciplina, compiti relativi al benessere dei militari (anche se nella situazione data si dovrebbe parlare piuttosto  di “malessere”) non viene concesso di trattare problematiche del tipo qui accennato.

3        Noi desidereremmo che atti meritevoli, atti di grande coraggio e altruismo come ad esempio quelli dei colleghi dei due alpini Fioretti e Nigro, caduti da un elicottero a 50 metri di altezza in Kossovo, che si sono prodigati di notte in un terreno minato a ricercare le salme, fossero giustamente premiati. Vorremmo che fosse dato il massimo di evidenza a tutto ciò che è meritevole nell’ambito militare. Vorremmo che a questi atti fosse attribuito “un voto simbolico” di 104 centesimi, e come accadde per quella studentessa di San Marcello Pistoiese a cui il preside assegnò a giusto titolo appunto il voto di 104 centesimi.

Ma noi vorremmo anche che vengano presi provvedimenti disciplinari molto espliciti nei riguardi di chi non svolge correttamente il suo dover. Non debbono esservi delle gravissime coperture che sono estremamente nocive all’immagine delle Forze Armat  nella società e al funzionamento stesso delle Forze Armate.

4        Noi desidereremmo che possa esserci tra Forze Armate e società civile un dialogo aperto e costruttivo, ma sentiamo che ciò oggi profondamente manca. Per riferirci ad una metafora di Dino Buzzati ne “il deserto dei tartari” noi abbiamo l’impressione che la società civile sia considerata come quei tartari che si trovano di fronte alla Fortezza Bastiani. E’ soprattutto per superarare questo grande vallo che abbiamo chiesto quest’incontro con il Presidente della Repubblica, nella sua veste di Capo della Forze Armate.

RingraziandoLo in anticipo di quanto potrà fare per modificare la situazione in atto.

 

 

       Falco Accame

Presidente ANAVAFAF