A.N.A.V.A.F.A.F.

Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate e Familiari dei Caduti in tempo di pace

 

 

 

 

 

LE STELLETTE CHE PORTAVAMO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Testi a cura di

Ferruccio Gemmellaro

Interventi introduttivi di

Falco Accame

Concetta Conti Proietti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… Ma se tu fossi davvero

il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna

prega tu se lo puoi, io sono morto

alla guerra e alla pace…

Non è musica d’angeli, è la mia

sola musica e mi basta.

 

Vittorio Sereni (1913 – 1983)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANAVAFAF

Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate e Familiari dei Caduti in tempo di pace.

 

 

Anno di costituzione – Atto e Statuto*

27 gennaio 1983 - Studio Notarile Albano – Roma

2 febbraio 1983 – Registrazione a Velletri al n° 349 vol. 200

* Statuto rielaborato nell’anno 1999 ai fini del suo adeguamento alle norme di legge vigenti che regolano l’attività del Volontariato

 

Fondatori

Così come elencati nell’atto notarile

Accame On. Falco – Roma - Deputato al Parlamento

Artuso Angelo – Treviso - Operaio

Borsato Antonio – Paese Treviso – Pensionato

Sillicchia Ignazio – Treviso – Pensionato

Fiorelli Antonina – Alassio Savona – Casalinga

Bonaccorso Antonino – Pavia – Operaio

Soru Giuseppe – Carbonia Cagliari – Pensionato

Granato Rita – Napoli – Casalinga

Risucci VitoSpinazzola Bari – Pensionato

Pagliazzi Angiolo – Roma – Impiegato Alitalia

Gemmellaro Ferruccio – Silea di Treviso – Controllore Traffico Aereo

Bellisario Dina – Colleferro Roma – Impiegata segretaria

Proietti Concetta in Proietti – Colleferro Roma – Casalinga

Conti Silvio – Colleferro Roma – Assistente di fabbrica

Conti Grazia – Colleferro Roma – Disoccupata

Tommasini Aldo – Tombolo Padova - Meccanico

 

Presidenza

Falco Accame

Già comandante di Marina e Presidente Commissione Difesa

 

Segreteria nazionale

Concetta Proietti in Conti

Madre del Sergente A. M. Gianni Conti deceduto in servizio a Vicenza

Largo Michelangelo 5 Colleferro Roma

 

Coordinatore Triveneto

Ferruccio Gemmellaro

Già Controllore del Traffico Aereo e segretario Co. Ba. R. Aeroporto Treviso

 

Consiglio Direttivo

Anno 2003

Falco Accame

Concetta Proietti in Conti

Ferruccio Gemmellaro

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LE STELLETTE CHE NOI PORTAVAMO

 

     

 

     Dal 1976 al 1999, le Forze Armate Italiane contano 10.171 decessi tra gli appartenenti, Arma dei Carabinieri compresa.

La punta massima, con riferimento all'ultimo decennio, è toccata nel '92 con 407 Caduti; il grafico degrada poi sino a raggiungere i 201 nel '99, merito di maggiore attenzione antinfortunistica e, più in generale, di un riesame delle fonti, tradizionali o di recente acquisizione, potenziali portatrici d’incidenti.

L'anno nero dei suicidi è il '94 con 37.

C'era stato, tuttavia, un anno ancora più nero, il 1988, con 491 incidenti mortali e 39 suicidi. 

Il vignettista Elle Kappa, già nell’87, alla sua maniera, n’aveva lanciato l’allarme, tant’è che in un disegno fa chiedere ad un comandante, rivolto ad un suo omologo: Quanti soldati si sono suicidati nella tua caserma?

Nell’86, il dato suicidi aveva raggiunto quota 17 e il gen. Luigi Poli, Capo di SM dell’Esercito, s’era affrettato a tranquillizzare l’opinione pubblica informando che si trattava di appena un 3,87 su 100 mila, contro il 5.15 della generazione civile compresa tra diciotto e venticinque anni.    

  

   La statistica, nonostante le varie missioni estere di pace e di guerra, non avrebbe subito gravissime impennate, ma un pensiero vuole che, se il contingente fosse rimasto in patria, verosimilmente ne avrebbe ricavato una buona flessione.

L’Italia, tuttavia, è con dignità e competenza tra le nazioni chiamate ad offrire il proprio contributo per lenire le sofferenze di popoli coinvolti da sanguinosi conflitti armati.

Il ricavo di una buona flessione in patria è un'ipotesi virtuale, che occorre contestualizzarla in una più ampia dimensione, nel mondo lavorativo nazionale ed europeo, nei settori a rischio, nulla giustificando, ove ci fossero, alle deficienze della Legislazione e degli Stati Maggiori, ad un’inintelligibilità degli eventi.

    

   In un paese dalle consolidate istituzioni democratiche, il legislatore aveva continuato a lasciare al solo arbitrio delle gerarchie la normativa che regolava la vita dei cittadini in uniforme, invischiati in una logica retrograda, che li tratteneva estranee ai più elementari diritti costituzionali.

Tra gli eclatanti, l'ubbidienza cieca e pronta, vale a dire, senza una pur essenziale informazione, ovvia quanto umana; l'assoluta impossibilità di addurre difesa, addirittura una semplice giustificazione, qualora al militare fosse stata inflitta una punizione, che nei casi più gravi, contemplava gli arresti, i quali, essendo emanati dall'arbitrio di un superiore, privo di qualsiasi veste giuridica parlamentare, valevano almeno quanto un abuso di potere, se non un vero e proprio sequestro di persona.   

Negli anni settanta, a seguito di un deciso movimento democratico militare - il sessantotto delle caserme - confortato dalla volontà riformatrice dei rappresentanti dell'arco costituzionale – Falco Accame n’è stato un egregio attore - finalmente s'ebbe lo storico riassetto democratico, con l'approvazione parlamentare della Legge di Principio e delle Rappresentanze dei Cittadini in uniforme.

Il cammino democratico non fu per niente facile, incalzato dalle forze meramente conservatrici, le quali, dalle loro testate, tentavano di assegnare al movimento – e a quello consequenziale degli uomini radar - l’aspetto di un ammutinamento rivoluzionario, indirizzando l’opinione pubblica a tale considerazione.

L’on. Accame, già comandante di Marina, l’allora presidente della Commissione Difesa, accortosi del grave pericolo che correvano gli attivisti, se abbandonati al giudizio unico della corte marziale, seppe riportare la questione nei giusti canoni democratici; infatti, il ministro della difesa, Lattanzio, fu indotto a promettere il condono ai militari coinvolti nelle richieste democratiche e ad invitare – un avvenimento d’autenticità democratica - il parlamento, ossia i rappresentanti di tutta la nazione, a pronunciarsi su eventuali indiziati di reati commessi dai figli del popolo in armi.

Lo stesso Pertini, intervenne autorevolmente per enucleare la questione della smilitarizzazione degli uomini radar tra le competenze parlamentari, sottraendola ad ogni manomissione giudiziaria in seno alle gerarchie già allertate.       

Come militari – era scritto in chiare lettere ad Ancona (77), durante un convegno organizzato dal Coordinamento Sottufficiali Democratici – al Paese garantiamo le libertà a noi garantite.     

 

   Avevamo accennato alla maggiore attenzione ed al riesame delle fonti, una pratica finalmente aggiornata e adottata, dopo tanto attesa dai genitori di figli in età di leva e, sotto altri aspetti, dei volontari.

Il grazie delle famiglie va innanzitutto alle loro strutture autofinanziate, quale l'ANAVAFAF, sorta a Roma nel 1983 su ispirazione della signora Concetta Conti Proietti, madre di Gianni Conti, sergente dell'Aeronautica, morto annegato nella piscina dell'aeroporto di Vicenza, inspiegabilmente nel mezzo di un ricevimento d’ufficiali e d’ospiti illustri, nella notte tra il 22 ed il 23 giugno del '79.

Le perplessità della famiglia, mai sanate, nacquero dal fatto che il giovane aveva una personale avversione per i bagni in mare e in piscina, addirittura nella vasca da bagno, per un trauma ricevuto da un episodio infantile.

Non s'è mai spiegato, dunque, come d'improvviso avesse scelto di tuffarsi in quella piscina aeroportuale.

La mamma di Colleferro non volle rassegnarsi al paternalismo gerarchico, che tentava di attenuarle il gelo dovuto ad un antiquato regolamento che imponeva, in ogni caso, la segretezza agli eventi intestini.

Nella disperata ricerca di testimonianze, di un tangibile soccorso politico e d'adesione dei media, ovvero dell'opinione pubblica, s'accorse che non era una tra le poche a piangere un figlio scomparso oltre le invalicabili mura delle caserme; ne radunò un sodalizio e sotto l'insostituibile guida di Falco Accame, già attivista democratico, avviò una battaglia sociale in nome di tutti i figli caduti e che lo stato insisteva a porli frettolosamente nel dimenticatoio, senza un decoroso riconoscimento.

Quel riconoscimento che sta a significare come una nazione civile non può dimenticare coloro che l'avevano servita in pace, per il mantenimento della sicurezza e la difesa delle istituzioni democratiche, privo di quella abusata  retorica, sovente rigurgitante, che accompagna i figli della patria caduti in battaglia.

 

     Lo storico Comitato si compone immediatamente di madri e padri mossi da una gran decisione, insomma di quei genitori che non hanno più riavuto il figlio, dopo averlo fiduciosamente consegnato alle Forze Armate in tempo di pace e che non accettano alcuna giustificazione ufficiale.

Dal comitato all’associazione regolarmente registrata in studio notarile il percorso è spontaneo.

L'ANAVAFAF Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate in tempo di pace e Famigliari dei Caduti si costituisce il 27 gennaio del 1983, allo scopo di svolgere attività di tutela, di prevenire e limitare il numero dei morti nelle Forze Armate in tempo di pace.

Il movimento, per soddisfare tali impegni di sacro volontariato, segnala al Presidente della Repubblica, al Tribunale Militare, al Presidente del Consiglio e della Camera, i casi di grave infortunio, violenza e nonnismo, promuove incontri con il Gabinetto, le Commissioni e il Ministero Difesa, coinvolgendo le Regioni, le emittenti radiotelevisive, la stampa e gli obiettori di coscienza, questi di sicura vocazione pacifica.

Nel 1987, l’ANAVAFAF è convocata a conferire con il ministro della Difesa Spadolini nel proprio Dicastero; ne fanno parte il presidente Falco Accame, la segretaria Concetta Conti e Ferruccio Gemmellaro in qualità di coordinatore per il Triveneto.

L’incontro, in verità, era stato preceduto da un primo a carattere informale, in assenza del ministro, sollecitato dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che li aveva ricevuti in delegazione allargata ad altri genitori.

Al compianto padre della nostra repubblica va il merito di aver aperto quel percorso interattivo tra istituzioni e famigliari dei ragazzi caduti durante l’espletamento costituzionale del servizio di leva.

Presenziano all’incontro in dicastero i vertici delle Forze Armate, il Direttore Generale della Sanità e il Capo di Gabinetto della Difesa.

Durante il summit, emergono particolari nuovi: i casi di suicidio risultano più numerosi tra i Carabinieri, l’Aeronautica, che sembrava immune da certi eventi, n’è invece statisticamente coinvolta.

Per quest’ultimo dato, Accame rammenta l’esistenza in Aeronautica dei VAM – militari di leva addetti alla sorveglianza – che sopportano una turnazione di guardia da rivedere con urgenza.

Il Ministro garantisce l’emissione di una circolare ministeriale allo scopo di sancire il dovere di qualsiasi ospedale d’accettare militari di leva ammalati. L’ANAVAFAF, infatti, aveva già denunciato il ricorrente rifiuto degli ospedali civili d’accogliere tali soggetti, indirizzandoli verso nosocomi militari, non sempre adeguati al caso.

Spadolini riconosce, inoltre, il difficile problema del rapporto sociale civili-militari di leva, che – dice - occorre studiare a fondo, citando nelle loro gravità Maniago e Cremona. 

Gli obiettivi immediati da intraprendere – prosegue – riguardano il Piano di risanamento delle caserme, la Sanità, quel settore che presenta gravi disfunzioni, la riduzione del contingente di leva, la revisione sulla normativa degli indennizzi relativi alla legge 308 / 81 ed appare visibilmente d’accordo con l’ANAVAVAF che lamenta l’ambiguità della legge.

Poi, informa che, su suo preciso ordine, sono state effettuate improvvise ispezioni nelle caserme da parte di generali di Corpo d’Armata, donde l’esigenza di ristrutturarne almeno dieci.

Addirittura, ne cita una da chiudere a Pavia e riferisce sulla rimozione d’alcuni comandanti.

Il generale Poli illustra la politica antinfortunistica avviata, affermando che sono state aumentate le norme di previdenza e d’addestramento e che alla guida dei mezzi pesanti saranno impiegati militari a lunga ferma, quindi esperti, e non ragazzi di leva.   

 

Nel 1986, a Trieste, Fabio Santi di 24 anni, Michele Galloccio e Pincenzo Passarini entrambi diciannovenni, muoiono ribaltatisi dall’M-113.

Una trappola l’anfibio - denunciano i commilitoni.

E Spadolini, in visita lampo, stupito, chiede: Ma come mai? 

 

Infine, il Direttore della Sanità, Melorio, sottolinea il miglioramento dei filtri di selezione, evidenziando l’introduzione di psicologi e psichiatri universitari.

Meglio 200 in più a casa – manifesta – che un morto in caserma. Tuttavia, sono personalmente responsabile dell’opera dei medici militari. Sono chiamati professionisti con un minimo di due anni di laurea ottenuta a pieni voti. Purtroppo, ci sono malattie che esplodono quando è tardi, ingannando anche luminari della medicina.

Di fronte alla problematica delle malattie e dei soccorsi nelle caserme, Melorio conclude schierandosi con i dubbi dei famigliari convenuti.

Al termine della riunione, il ministro riconosce i meriti dell’opera intrapresa dall’associazione quale tramite Difesa-famiglie, ribadendo l’opportunità di periodici incontro d’aggiornamento sulla situazione delle caserme.

L’ANAVAFAF – suggella – è di valido aiuto affinché la collaborazione Forze Armate e Società funzioni. 

 

   Con l'esperienza acquisita negli anni, l'ANAVAFAF vede così accrescere una propria qualificazione di comportamento, d’alta considerazione istituzionale.

Rimane comunque inalienabile l'obiettivo statutario di porsi al di fuori d'ogni partitismo politico, privilegiando esclusivamente le richieste delle famiglie, d'ogni certo e classe, che scelgano di lottare nella grande strada delle competizioni democratiche, dove la sola meta, in nome dei figlioli scomparsi, è il perfezionamento delle strutture dei cittadini in uniforme, per una sempre migliore convivenza democratica in seno alla patria, sia essa l'Italia, sia essa l'Europa.

Il fenomeno di quei genitori che, una volta ottenuto l'indennizzo, abbandonano l'associazione con i suoi alti fini o che l'abbiano abbandonata, per affidarsi ad una presumibile scorciatoia clientelare di una qualsivoglia parte politica, non scoraggia gli associati nella loro stragrande maggioranza.

Non è certamente insito in una mamma, in un genitore che abbia perduto il figlio, accantonare il naturale egoismo ed intraprendere una battaglia sociale a vantaggio d'ogni giovane sotto le armi, sacrificando un beneficio del tutto personale, sovente di più facile raggiungimento, oltremodo quando le energie di casa lo permettano.

Le famiglie dell'ANAVAFAF ci sono riusciti e ciò che hanno ottenuto è apprezzato di patrimonio comune, anche se molte hanno perso la propria battaglia giuridica.

    

     L'ANAVAFAF, dunque, non è solo sterile segnalazione, ma osservatorio verso il comportamento delle gerarchie, per la rilevazione d’incongruenze costituzionali nella legislazione che disciplina le caserme, e una qualificata fucina di proposte.

L'abolizione del servizio obbligatorio di leva fa decadere solo parzialmente alcune proposte, le quali dovrebbero essere ristrutturate a beneficio dei volontari e di un eventuale contingente extracomunitario al servizio delle Forze Armate Italiane; eccone alcune:

 

La modifica della Legge 280 / 90 per una equa ridistribuzione dei risarcimenti e la parificazione dell'entità per le famiglie dei militari con quelle dei deceduti per atti di terrorismo o per sciagure provocate da operazioni militari.

Questa vecchia quanto assurda legge prevede il riconoscimento ai famigliari dei militari, che non superino però un reddito di 7.500.000 di vecchie lire.                   

   “ Riteniamo necessario – dichiara l’onorevole Piero Ruzzante della Commissione Difesa Camera, in un’intervista giornalistica del 13 agosto 2001 – adeguare il risarcimento ai famigliari che non può essere inferiore ai 50 milioni attuale.

Io stesso sarò primo firmatario della proposta, che vedrà fra gli altri la firma degli onorevoli Marco Minniti e Silvana Pisa”

 

Lo snellimento delle pratiche burocratiche per il riconoscimento delle cause di servizio, poiché l'iter della vigente prassi può raggiungere anche decine d'anni e sovente con esiti negativi.

La definizione delle morti, delle invalidità per causa di servizio e l'entità del risarcimento appaiono incomprensibili e remoti da una giustizia democratica, vedi la tragedia del Cersis, il cui indennizzo di 3.800 milioni di vecchie lire a vittima lascia centinaia e centinaia di famigliari dei militari nella costernazione, delle quali solo un certo numero ha ottenuto i 50 milioni di lire previsti dalla Legge.

Per le vittime di Ustica s'è arrivati a 150 milioni e la famiglia del paracadutista Emanuele Stieri, tragicamente caduto il 13 febbraio 1999 a Pisa, attende ancora.

   Siamo nel nuovo millennio, 2001. Corrado Di Giacobbe, rientrato dalla Somalia, per far fronte alle spese delle cure mediche, occorrenti per far fronte ad un male che lo ha colpito, verosimilmente indotto dalla vicinanza con l’uranio impoverito, deve accettare offerte di persone sconosciute.

G. Battista Marica, anch’egli, tornato da una missione estera, colpito dal morbo, ricevendone un’invalidità di circa l’80%, è costretto a mandare la propria famiglia al lastrico, poiché la pensioncina ottenuta di 411mila lire mensile, ovviamente non basta per contrastargli il decorso, la cui cura a livello sperimentale è costosissima.

 

La segnalazione periodica al Parlamento del numero statistico dei deceduti e delle giovani vittime di malattie e di stati psicofisici debilitanti, congedati a totale carico assistenziale delle famiglie, malgrado siano stati arruolati in perfette condizioni.

Da ciò, l'indagine parlamentare che accerti gli eventuali motivi d'alta mortalità militare, in comparazione con i dati civili.

 

L'emanazione di seri controlli per evitare la diffusione della droga.

   Il giovane ** di Milano s’impegna fermamente ad uscire dal tunnel, consegnandosi ad una comunità di recupero.

All’arrivo della cartolina, l’anziana madre fa presente al distretto che sarebbe meglio lasciare il figlio dov’è, aspettando una sicura guarigione, tanto le Forze Armate non saprebbero che farne in quelle condizioni.

- In caserma si può guarire dalla droga – le dicono, e arruolano il giovane.

Di lì a poco lo ritrovano morto.

 

L'adozione delle misure per la sicurezza

Oggi con particolare riferimento all'ingresso delle donne

Si riporta integralmente un articolo apparso su un quotidiano veneto

   In condizioni ritenute preoccupanti è stato accolto venerdì scorso nella prima clinica chirurgica e sottoposto ad un delicato intervento Luca Costantini, 20 anni, Trezzano sul Naviglio in provincia di Milano, in Via Manin.

Il giovane militare in servizio presso la caserma “Luigi Pierobon” di Chiesanuova presenta una grave contusione toraco-addominale che, almeno per quanto è trapelato attraverso le maglie del riserbo che “copre” il caso, si sarebbe procurato accidentalmente nel corso di un’esercitazione.

La prognosi nei confronti del ragazzo è riservata.

Non è stato possibile, ripetiamo, accertare cosa possa essersi verificato. Comunque, tenuto conto, della natura delle lesioni, non è da escludere che il militare possa essere finito sotto “qualcosa” o che “qualcosa” gli possa essere caduto sopra, Ci sarebbe, peraltro, un’inchiesta in corso.

 

Si rende, pertanto, auspicabile

La modifica delle norme sulla segretezza che hanno sempre impedito una reale informazione su ciò che accade nella quotidianità delle caserme, nulla togliendo a ben definiti motivi di protezione e di difesa.

Seguono alcuni stralci estratti da Il caso Cervia, di Gianluca Cicinelli, Edizione I libri dell’Altritalia, supplemento al n° 35 di Avvenimenti.

   Un uomo tranquillo, Davide Cervia. Una moglie. Una famiglia. Una sera lui non torna a casa dal lavoro. Scomparso. Una scappatella, dicono gli inquirenti. Ma qualcuno ha visto Davide Cervia preso con la forza e trascinato via in auto. È la vigilia della guerra del Golfo \…\

\…\ cittadino italiano, esperto di guerre elettroniche, formatosi nella Marina Militare, scompare nel nulla. Inizialmente nessuno immagina l’intrigo che si nasconde dietro questa sparizione.

Neanche la famiglia è a conoscenza della specializzazione conseguita dal tecnico sotto le armi. Una capacità negata fino allo scorso anno dallo Stato Maggiore della Marina, che fornirà ai familiari di Davide ben quattro fogli matricolari diversi, prima di arrivare a quello reale, il quinto, in cui viene ammessa la qualifica di “specialista Ete/GE (tecnico elettronico / guerra elettronica).

Dimenticando per un momento che se il quinto foglio matricolare è vero ne consegue che in precedenza sono stati prodotti quattro falsi \…\

\… Per quel che ci risulta il procedimento è stato archiviato \…\ il dottor Giampietro, probabilmente stupito per l’ostinazione mostrata in questi anni da chi non ha voluto lasciare sola (la moglie NdA) Marisa Gentile (giornalisti, ma anche e soprattutto i diecimila cittadini che hanno aderito al Comitato per Davide Cervia), mi ha chiesto: ” Perché ci tenete così tanto alla tesi del rapimento di Cervia?”.

Egregio procuratore, le sembra così strano che le persone normali ritengano la vita di un uomo più importante di qualsiasi segreto militare?

 

Il ripristino di un filo diretto ministero - famiglie già istituito, su sollecitazione dell'ANAVAFAF, ma abolito dal ministro Corcione.

 

La realizzazione di un monumento a ricordo dei militari caduti in tempo di pace e l'istituzione di un giorno dedicato alla loro commemorazione; per richiesta dell'associazione sono state erette delle steli a Roma, Colleferro, Milano, Trevi, Campobello e a Lecce.

Ora esisto, mentre un giorno vivevo, ma se un giorno vivrò, vivrò perché ora esisto. Gianni.

Questa frase, riprodotta sul monumento di Colleferro eretto a ricordo dei militari caduti in tempo di pace è firmata da Giovanni Conti, figlio della signora Concetta, deceduto a soli 23 anni mentre prestava servizio in Aeronautica come elettrotecnico motorista elicotterista.

Quasi un presagio, dunque, ritrovato scritto su un foglio di carta all’interno della sua auto.

Ma oltre al nome di Giovanni Conti, sul monumento figura anche quello di Alessandro Marini, un altro giovane appartenente ad una famiglia colleferrina, che è stato sottratto all’affetto dei suoi cari a soli 20 anni, mentre ottemperava alla leva presso l’esercito.

Il monumento è stato voluto dall’ANAVAFAF, progettato dall’architetto Daniela Ciambella e diretto dall’ingegner Riccardo Ciambella; ed infine costruito dall’impresa Conti.

La cerimonia di inaugurazione s’è svolta il 19 ottobre 1991, officiata da don Luciano Lepore, alla presenza di Concetta Conti, il sindaco Alfredo Colabucci, l’On. Falco Accame, molti famigliari dei caduti, associazioni combattentistiche., rappresentanti del Consiglio Comunale, il Picchetto d’Onore dell’Esercito, quello della Protezione Civile, rappresentanti delle Forze dell’Ordine, RaiTV ed emittenti locali

“ Vogliamo essere d’aiuto – ha pronunciato Concetta Conti - con le più adatte indicazioni, per quei ragazzi che, magari malati, non hanno visto riconosciuta la propria malattia nella visita di leva, e rischiano veramente in modo grave, quando poi ricevono la cartolina e sono costretti a partire senza adeguata tutela sanitaria.

[ sintesi tratta da Cronache della provincia a firma S.T.  \ Colleferro \ del 26 ottobre 1991]

 

La possibilità legale per ogni parlamentare di accedere senza preavviso nelle caserme e consentire loro un immediato e diretto colloquio con il personale; un simile diritto-dovere di alta concezione democratica è stata approvato per le carceri.

   “Ma già durante la scorsa legislatura abbiamo ottenuto importanti risultati come la possibilità per i parlamentari di visitare le caserme, anche se con un preavviso di 24 ore

Questa la risposta, nell’agosto del 2001, dell’onorevole Piero Ruzzante della Commissione Difesa della Camera ai quesiti di Falco Accame e Concetta Conti.

 

Pari opportunità per i sindaci, responsabili del settore sanitario, d'ispezionare ospedali e infermerie di competenza territoriale e di controllare le condizioni del personale e lo stato d'igiene.

 

L'approvazione della Carta dei Diritti del Soldato e del Difensore Civico, da concordarsi in ambito europeo.

 

   L’ANAVAFAF ne aveva presentata una di proposta, che qui andiamo a sintetizzare

1 – Diritto al rispetto della dignità umana messa in forse dalle prevaricazioni dei superiori e del  

      nonnismo.

2 – Diritto a condizioni adeguate di vivibilità… ed avere la possibilità di un minimo spazio privacy

3 – Diritto alla non intromissione nelle vicende personali… di non essere sottoposti a schedature

      politiche

4 – Diritto alla salute… le famiglie devono essere immediatamente informate e non quando è

      troppo tardi.

5 – Diritto alla prevenzione anti-infortunistica. Le autorità militari devono garantire che nei luoghi di

      lavoro e di addestramento siano messe in atto normative corrispondenti a quelle esistenti nella

      sfera civile.  Le autorità ispettive civili debbono avere la possibilità di controllare le rispondenza

      della normativa.

1984 -  Trentaquattro marinai a bordo di un pullman della Marina, precipitano da un  viadotto  dell’autostrada  a  Genova.

Per il quotidiano Repubblica del 5 maggio, la perizia depositata rivela ch l’automezzo aveva gomme così lisce da non poter sopportare quella velocità  alla quale  viaggiavano.

 

6 – Diritto alla protezione e incolumità. Deve essere prevista un’assicurazione sulla vita.

7 – Diritto ad un controllo misto militare e civile per l’accettazione nelle Forze Armate

8 – Diritto alla sicurezza sugli automezzi… manutenzione e verifica degli automezzi. Ai militari

      autisti la patente deve essere concessa dalle autorità della motorizzazione.

9 – Diritto ai controlli per le autorità istituzionali nelle caserme ed ospedali

10- Diritto alla conoscenza per intero delle note caratteristiche e delle motivazioni delle punizioni.

11- Diritto di denuncia alla stampa e alla Commissione Difesa per gravi accadimenti all’interno

     della caserma

Agostino Algeri di 19 anni, di Cosenza, suicida a Verona impiccandosi (1988).

L’ANAVAFAF comunica che il drammatico suicidio suscita profonda commozione e vivissima preoccupazione.

Ma ancor più preoccupazione suscita il fatto che i mass media si siano fatti complici di tali    drammatici eventi informando in ritardo e, in qualche caso, senza nemmeno registrare la notizia nelle proprie pagine.

E rivolge un appello ai giornalisti perché non accettino censure: i nostri soldati suicidi non sono desaparecido.

Infatti, la segretezza degli accadimenti oltre i limiti invalicabili delle caserme condiziona la libertà di stampa dei mass media.

 

12- Il diritto ad essere rappresentati direttamente nel CO. CE. R. Organo Centrale Rappresentanza.

Solo sottufficiali ed ufficiali avevano diritto ai propri membri eletti; come se alla Fiat, gli operai non potessero avere rappresentanti nelle strutture sindacali nazionali.

 

13- Diritto ad effettuare riunioni del personale da parte delle rappresentanze.

Infatti, accadeva che ai Consigli di Rappresentanza erano inibite le possibilità assembleari, per informare i commilitoni sui lavori di rappresentanza; come se ai   sindacalisti fosse vietato convocare delle riunioni di base e discutere dei problemi di categoria. 

 

L'istituzione di una Commissione Mista - militare e civile - che operi in sede di arruolamento e la definizione di curriculum che stabilisca le modalità di formazione del personale da impiegare in particolari servizi - vedi autoreparti, mense, circoli, manutenzioni... - e che dovrebbe svolgere questo compito solo previa concessione di un'abilitazione che comprovi l'esistenza di specifiche capacità.

  

   A conforto di questo punto, riportiamo una lettera giuntaci il 18 aprile del 1988 a firma di due insegnanti di scuola reggimentale nel Veneto.

Siamo due insegnanti di scuola reggimentale e abbiamo letto un vostro intervento stampa sui suicidi in caserma, nel quale esprimete delle critiche alle attuali preselezioni dei militari di leva, critiche che noi sentiamo di condividere.

Alla scuola reggimentale, infatti, dovrebbero affluire, secondo l’Ordinanza del Ministero della P.I., i militari in servizio non provvisti di un certificato dal quale risulti che hanno assolto l’obbligo scolastico elementare, o per i quali sia accertato che non conservino l’istruzione ricevuta nelle scuole elementari, l’iscrizione, però, di questi ragazzi avviene in modo del tutto occasionale e causale.

Nonostante i test e le prove sostenute agli accertamenti di leva, non esiste una documentazione precisa su questi ragazzi, che n’attesti i requisiti culturali.

Normalmente la prassi è quella, una volta arrivati al Corpo, di chiedere ai giovani stessi se hanno conseguito la licenza elementare o se sappiano leggere e scrivere.

Questo metodo, ovviamente, non ha niente di scientifico e molto spesso provoca delle situazioni paradossali: ragazzi che dichiarano di essere in possesso di un diploma di scuola media secondaria e che per questo vengono messi a svolgere mansioni d’ufficio, ma che poi si dimostrano incappaci di leggere e scrivere perché analfabeti.

In questo modo parecchi ragazzi, pur essendo degli analfabeti totali o di ritorno, non vengono iscritti alla scuola, perché sfuggono ai controlli dell’Amministrazione militare.

Se sfuggono queste cose, figuriamoci se possono essere rilevati problemi d’altra natura, meno evidenti.

Riteniamo, perciò, d’accordo con le vostre tesi che è necessario approfondire maggiormente la fase selettiva del servizio di leva, rendendola un effettivo momento d’accertamento dei requisiti degli esaminati, non solo a livello fisico ma anche e soprattutto da un punto di vista culturale e psicologico.

Sarebbe auspicabile inoltre che all’interno delle caserme esistesse un servizio d’assistenza psicologica che garantisse una continua presenza e un sostegno ai giovani soldati, che nei casi più gravi, operasse in collaborazione con gli enti locali, per garantire un inserimento nel tessuto sociali degli stessi alla fine del servizio di leva.

 

Il riconoscimento del diritto dell'Associazione a costituirsi parte civile in occasione di processi che riguardino i militari.

 

L'istituzione dell'Assessorato per le Forze Armate nei comuni con larga presenza di reparti.

 

Paolo Delle Vedove, militare di leva, s’impicca ad Udine (1986).

Nel Friuli è il quinto suicidio nel giro di tre mesi ed il quarto nello stesso Corpo d’Armata.

L’ANAVAFAF richiama tutti i Comuni nei cui territori sono installate l3 caserme affinché s’interessino ai problemi ed alle situazioni dei giovani di leva, facendo ufficialmente pronunciare i Consigli Comunali.

 

La revisione della normativa per la regionalizzazione della leva e in materia d’esenzione.

 

L'immediata segnalazione ai famigliari d’eventuali casi di malattia e d’infortuni, perché possano tempestivamente optare per ogni altra forma d’assistenza e d’intervento, qualora giudicassero insoddisfacenti le strutture militari.

 

1986. Il papà del soldato Giovanni Giannaccari scrive a Paese Sera

Mio figlio sta malissimo, non l’ho mai visto in quelle condizioni. Eppure, in quell’ospedale, nessuno si rende conto che mio figlio non può fare il servizio di leva.

Mio figlio ha sempre sofferto, una sofferenza fisica oltreché psichica.

Non ha i denti per mangiare, e adesso è magrissimo. Lì, al Celio, ho parlato con qualcuno, ma mi sorridevano in faccia, facendo finta di non comprendere la mia apprensione.

Mio figlio è lì dentro, sta male, sta soffrendo. Ma a quelli che importa? Preferiscono tenerselo stretto, invece di mandarlo a casa a curarsi.

 

La ridefinizione di nuovi orari del personale di vigilanza.

 

Antinonnismo. Una più decisa adozione di misure.

 

Nel luglio del 1995, il granatiere Claudio Fausto Leonardini, 26 anni, precipita dal balcone dell’infermeria.

Dopo un’ipotesi suicidiaria, viene avviata un’inchiesta per omicidio colposo individuando presunti colpevoli di un atto di nonnismo.

Il processo si chiude con l’assoluzione degli imputati.

  

   Nel 1998, lo Stato Maggiore registra 268 casi di violenza imputabile al fenomeno del nonnismo, ai danni di 391 soldati, ragazzi consegnati fiduciosamente dalle famiglie alla Difesa.

Nel 1999, dietro pressione dell’ANAVAFAF, sorretta dall’opinione pubblica, un maggiore controllo pare abbia fatto scendere il dato a 122.

Nella relazione presentata il 27 gennaio 2000 all’Assemblea Generale della Corte Militare d’Appello, però, si rileva che i reati da nonnismo, di cui si sono occupati le Procure Militari, sono 861 contro quei 122 diffusi dal Ministero.

Il ministro della Difesa Scognamiglio s’affretta a precisare che i dati della Corte si riferiscono a denunce giunte nel ’99 ma in relazione anche ad episodi antecedenti.   

 

   Il parà Emanuele Scieri, nel 1999, è ritrovato morto ai piedi della torre di prosciugamento dei paracadute. Era rimasto lì agonizzante per ore.

La magistratura ipotizzò che fosse rimasto vittima di un tragico ordine dei nonni; insomma, costretto a lasciarsi penzolare nel vuoto dalla torre per dimostrare la sua cieca obbedienza ai più anziani

     

   Riguardo al tragico fenomeno del nonnismo, descriviamo qui un accadimento, a vessillo di tantissimi altri di caserma, che sicuramente danneggia sia le Forze Armate sia le istituzioni democratiche ed umilia un’intera famiglia di braccianti agricoli del Veneto, la regione più presidiata.

 Non lasciamoci sfuggire, in ogni caso, uno scenario dove gli ufficiali responsabili delle caserme, e gli stessi magistrati, subiscono, in tale contesto, l’insufficienza di norme e leggi.

La mancata previsione nell’ordinamento del reato di nonnismo e la mancanza di un referente unitario del controllo giudiziario sulla vita in caserma, infatti, induce il codice penale militare di pace ad includerlo tra le definizioni generiche di violenza.

 

   Il loro figliolo, dunque, un sano giovane contadino, accorre alla chiamata militare entusiasta di distrarsi dalle pesanti fatiche del lavoro quotidiano nei campi, ma subisce invece delle dolorose sevizie, dalle quali non potrà più riaversi.

La verità sul disgraziato fatto non è mai stata completamente svelata, ammantata finanche dalla latitanza dei compagni commilitoni – non poteva essere diversamente - che avrebbero, piuttosto, potuto collaborare con gli inquirenti, per una giusta svolta.

Per sentito dire e per rivelazioni frammentarie della stessa vittima, la famiglia viene a sapere che il ragazzo, dopo una squallida sequenza di gavettoni d’acqua gelata, era stato rinchiuso, tanto per rifinire un’allucinante strategia di nonnismo, nella stalla dei muli, con un apparecchio stereo ad alto volume.

Gli animali, imbizzarriti, lo avrebbero spinto e calciato per intere ore, senza che nessuno fosse andato a soccorrerlo, ma lo stereo assordante era servito anche ad isolare acusticamente le invocazioni umane.  

La sequenza potrebbe essere stata diversa, in altre parole, iniziata dalla stalla, o ancora con particolari ignoti, ma questo non muta il risultato, simile alla regola dell’ordine dei fattori, che, pur mutandolo, il prodotto non cambia, tremendo in questo caso.

Ne uscì scientificamente con grimaces, riso immotivato, automatismi, fatuità… in pratica, irrimediabilmente inebetito.

Non è oramai utile citare nomi - ufficiali, funzionari, medici… - e luoghi – caserme, cliniche, uffici statali… - per far comprendere al lettore la gravità dei fatti, al tempo resi pubblici dalla stampa, e nemmeno importante soffermarci sulle riflessioni e giudizi, lasciandoli tutti al lettore.

Comunque, di nostra iniziativa, preferiamo rispettare la privacy di questo sfortunato giovane. 

Ciò che segue, pur in sintesi, è tratto fedelmente, tra l’altro, dalla documentazione originale in possesso della famiglia e visionata dall’ANAVAVAF, alla quale s’era rivolta sconsolata.

 

24 agosto 1982

Brigata Alpina

L’Art. XX viene consegnato nelle mani del padre per essere accompagnato al proprio domicilio assumendo egli stesso tutte le responsabilità.

14 settembre 1982

Clinica Neuropsichiatrica.

Si attesta che il Sig. XX, oggi visitato presenta in atto sindrome dissociativa con screzio persecutorio non sistematizzato e note di subeccitamento psicomotorio. Si consiglia immediato inizio di trattamento neurolettico in ricetta.

12 ottobre 1982

Clinica neuropsichiatrica

Al controllo odierno il Sig. XX… persistono marcate note dissociative (riso fatuo, derealizzazione, comportamento regressivo)

4 novembre 1982

Ospedale Militare

È concessa al Sold. XX una licenza di convalescenza di giorni 30…

8 febbraio 1983

Già in congedo, per riconosciuta incapacità al servizio

1 marzo 1983

Clinica neuropsichiatrica

Si attesta che il Sig. XX è in cura dal 14 settembre 1982 e tuttora è in trattamento di mantenimento…

Trattasi di soggetto affetto da sindrome dissociativa, insorta in struttura caratteriale di tipo introverso e inibito.

La malattia assunse caratteristiche cliniche evidenti durante il periodo di servizio militare, allorché si manifestarono turbe di tipo dispercettivo, ideazione subpersecutoria e manifestazioni di stolidità comportamentale e di fuga (si assentò dal servizio militare, fu ricondotto dalla forza pubblica ed ottenne un periodo di convalescenza…

…persistono nuclei di fatuità, introversione, difficoltà nel rapporto interpersonale. Emergenze subpersecutorie poco controllate.

31 maggio 1986

Ospedale per la riabilitazione psicosociale

Viene dimesso in data odierna il Sig.XX ricoverato presso il nostro ospedale dal 16 aprile 1986 per disturbi del pensiero e del comportamento in soggetto psicotico.

Attualmente appare meno confuso e delirante e verosimilmente in grado di rientrare nel suo ambiente familiare. Si consiglia comunque il proseguimento della terapia e visita di controllo.

2 giugno 1987

Al Ministero Difesa – D.G. Pensioni – 2° Divisione

Lo scrivente… padre dell’Art XX inviato in congedo in data 2 novembre 1982 per riconosciuta incapacità al servizio perché vittima da Sindrome Dissociativa (…) manifestatasi durante il periodo di servizio militare di leva, CHIEDE che gli venga del tutto riconosciuta l’invalidità per causa di servizio con tutto ciò che esso comporta in base alla normativa vigente in ordine di indennizzi, risarcimenti, pensioni o altro che comprovi il giusto intervento dello Stato verso un cittadino che durante l’adempimento del proprio obbligo costituzionale abbia subito una grave invalidità.

Si rende noto infine che contrariamente alle speranza ottimistiche all’atto del congedo, il soggetto è andato via via peggiorando sino ad assumere una caratterizzazione a rischio per lo stesso e per i familiari che lo assistono, per la quale sono inevitabili ricoveri in strutture psico-sociali e trattamenti neurolettici.

( NOTA: nel frattempo, già percepiva una pensione sociale di 230.000 lire mensili)

1 giugno 1987

Al Capo di Gabinetto M. D.

La prego, sempre in riferimento all’ottima collaborazione avviata tra ANAVAFAF e M.D. e alla Sua comprovata, sensibile disponibilità, di verificare la pratica dell’Art. XX le cui copie sono allegate alla presente.

La famiglia vive una difficile situazione, dopo un periodo di tacito ottimismo, ove sperava nella guarigione del ragazzo e quindi s’asteneva da ufficializzare o pubblicizzare il caso, nell’umano timore di provocare conseguenze negative alla sua futura esistenza (rapporti, lavoro, inserimenti sociali), dal momento che l’infermità è talmente insostenibile, chiede l’intervento del Ministero per cercare la possibilità di garantirgli un minimo di sostentamento futuro.

Firmato … ANAVAFAF

In data 14 agosto 1987, dopo circa due mesi, la famiglia riceve dal M. D. il mod 131 in cui si notifica che la pratica posizione n° … è stata trasferita all’ENPAS (ex Ente Nazionale Previdenza Assistenza Statali) per “Liquidazione buonuscita”, pertanto, per la definizione della pratica, viene richiesto il certificato di nascita del soldato in carta semplice.

La famiglia tira un sospiro di sollievo e s’affretta ad ottemperare (22 settembre 1987), comunque richiedendo maggiori delucidazione sulla “buonuscita”, riservandosi d’accettarla a priori, senza conoscerne l’entità,   sottolineando le insostenibili spese per l’infermità subita dal figlio.

Il 10 giugno 1988, il Distretto competente, ecco che invita l’Art XX a produrre una successiva domanda in carta bollata di Lire 5.000 al Comando dove aveva prestato servizio, in triplice copia intesa ad ottenere il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio dell’infermità, a norma della Circ. 354 G.M. 1928

Così, dopo sei anni, il tutto appare riazzerato e la domanda viene spedita il 20 giugno 1988.

La domanda non è accettata perché era stata inoltrata a firma del genitore. Al Distretto, sicuramente, nessuno aveva compreso le gravi incapacità dell’infermo; comunque, la richiesta viene rispedita in data 19 settembre 1988 a inconsapevole firma del ragazzo. 

Dopo otto mesi, il 27 febbraio 89, è convocato in Ospedale militare per visita medica, la cui Commissione riconosce la NON idoneità permanente (Psicosi cronica) ascrivendola alla Quarta categ. pensionistica ai fini dell’Equo indennizzo, ove però, da ulteriori accertamenti, fosse riconosciuta la causa di servizio. Insomma, la Commissione già mette i paletti e lo fa in chiare lettere: NON DIPENDENTE DA CAUSA DI SERVIZIO.

La famiglia, sconsolata dall’esito della Commissione Medica Militare, spedisce un’ulteriore richiesta, insistendo perché l’infermità sia riconosciuta dipendente da causa di servizio, indirizzandola questa volta al Ministero Difesa, Direzione Generale Pensioni, il 14 settembre 1989

L’ANAVAFAF, nella stessa data, interessa direttamente il Ministro, facendo proprie le ragionevoli apprensioni della famiglia, allarmata dalle lungaggini burocratiche, i cui risvolti appaiono ingiustamente sfavorevoli.

I famigliari, esausti, accantonano la privacy sino allora ben difesa e chiamano i giornalisti perché il loro caso sia discusso dall’opinione pubblica.

Il 20 febbraio 1990 il Ministero, visto il parere negativo espresso dalla Commissione Medica, conferma il rigetto del riconoscimento della causa di servizio, notificando il decreto NEGATIVO all’interessato.

E puntualizza che il riconoscimento del diritto a trattamento privilegiato ordinario a favore di un militare è, in primo luogo, subordinato alla condizione che egli sia affetto da infermità delle quali il servizio sia stato causa unica. Diretta ed immediata…  

Siamo al 16 marzo 1990 e la famiglia ricorre alla Corte dei Conti, rendendosi disponibile a presentare tutta la documentazione in possesso    

Inatteso, l’11 maggio 1991, il Ministero Difesa dispone d’istruire regolare pratica per la concessione all’interessato del beneficio in oggetto.

Infine, un accadimento allucinante: il 10 febbraio 1992 è lo stesso Ministero che richiede al Distretto competente di far conoscere allo scrivente se la pratica relativa al militare XX DECEDUTO è stata inviata alla Commissione Medica di Seconda Istanza

 

19 novembre 1992

Ministero Difesa - Direzione Generale Sottufficiali e Truppa

…Di conseguenza la domanda del Sig. XX è respinta per mancanza presupposto giuridico.

 

Articoli stampa

SOLDATO CHIEDE RISARCIMENTI MA PER IL MINISTERO È MORTO

AVEVA DENUNCIATO EPISODI DI NONNISMO DURANTE IL SERVIZIO MILITARE “SOLDATO, LEI È MORTO”

IL MINISTERO NON PAGA IL RISARCIMENTO DANNI.

LE VIOLENZE SUBITE DAI COMMILITONI LE TURBE PSICHICHE CHE CONTINUANO DIECI ANNI DOPO.

 

29 agosto 1996

Corte dei Conti

…entro sei mesi da questa comunicazione, la parte che vi ha interesse dovrà proporre al Presidente di questa Sezione, istanza per la PROSECUZIONE del giudizio.

2 ottobre 1996

Alla Corte dei Conti

… Il sottoscritto XX chiede la PROSECUZIONE del giudizio medesimo come previsto…

 

   L’ex artigliere XX classe 62 compie trentaquattro anni...

Appena consegnato il modulo per la prosecuzione della pratica, l’anziano papà mette tra le mani dell’amico ANAVAFAF, che continua a seguirlo nei limiti concessi dal volontariato, comunque largamente presente stimolato da sentimenti di compassionevole dedizione, un foglio manoscritto strappato da un vecchio quaderno.

Per l’elementare scrittura, questi si ripropone di leggerla a casa con tranquillità.

La proponiamo parzialmente, lasciando immutata la maniera d’esprimersi, convinti che qualcuno verserà una lacrima, auspicando che sgorga anche dagli occhi di chi potrebbe o dovrebbe cambiare le cose, se ancora non lo sono state.

 

   … benché abbia fatto di tutto fino all’inverosimile dei sacrifici io e la mia famiglia, per mettere a loro agio questi Signori. E tutto per liberare un rustico che per noi è una casa Sacra e per loro è solo un capriccio vederlo libero.

 

La famiglia aveva drenato il fondo dei risparmi per curare il figliolo, trascinandolo da una clinica all’altra, da un professore all’altro, e si ritrova sfrattata dal rustico che ha sempre occupato, perché impossibilitata a dare il pattuito alla proprietà terriera.

 

   …avendo girato le cose contro degli anziani e un innocente ché questa casa è libertà e vita.

È uno scritto liberatorio non vendicativo che penso non sia giusto nascondersi dietro un muro.

Oggi vado in giro per le carte di mio figlio e devo incontrare il mio amico Sig. YY e mi piacerebbe leggergli questo foglio.

E se non scrivo in questi momenti difficili mi sento di non essere vivo; Dio mi ha creato con questa valvola di scarico già che ho avuto una vita difficile che tante volte mi son salvato nel silenzio nella notte…

  

  

   Nel 1986, un giovane, appena congedato, denuncia lo stato di degrado morale e strutturale esistente negli ospedali militari.

La realtà, che il ragazzo chiama bonariamente vergognosa, risulta oltremodo contraria ad ogni fondamento di rispetto civile ed umano, alle garanzie costituzionali, all’etica professionale di uomini posti alla salvaguardia della salute fisica e mentale dei giovani cittadini consegnati alla Difesa.

A noi dell’ANAVAFAF, e questa è l’impressione che suscita nei cittadini, sembra scorrere il memorandum di un sopravvissuto ai lager.

Certo – scriviamo sulla stampa – la situazione ospedaliera nel nostro paese può sfiorare talvolta condizioni assistenziali, logistiche ed ambientali da terzo mondo, ma sicuramente è inaudito qualora siano gli stessi ricoverati a svolgere mansioni di pulizia e / o accalcarsi per lunghe ore in attesa della visita medica; a meno che, nel caso trattato, il signor ufficiale medico non li consideri tutti sani, quindi scansafatiche finché non sia accertato il contrario.

Gli ospedali militari devono scomparire, o almeno giustificabili solo in malaugurabili zone di guerra; non ha più senso una loro presenza, sia perché rimane utopistico quel rapporto medico-ammalato, così come avviene in tutti i centri di civile concezione, che si discosti da quelle relazioni di gerarchia militare, ribelli queste ad ogni chiara democraticità, sia perché non si vede come e da chi tali organismi possano essere ispezionati alla ricerca d’eventuali storture.

Ma qui la questione è da riportare a monte: non solo gli ospedali militari, ma gli aeroporti, le navi e le caserme dovranno aprirsi legalmente alle commissioni parlamentari e d’enti locali, alle rappresentanze dei famigliari dei giovani chiamati al servizio di leva.

Troppi malati non curati o non diagnosticati in tempo, troppi incidenti, troppe morti hanno fatto sì che si possa coniare la dicitura caduti in tempo di pace.

 E la macchina legislativa non sembra ancora toccata sensibilmente dalla problematica sanitaria nelle forze armate.

  

   L'ANAVAFAF ha assunto anche l'onere di proporre misure di prevenzione per quelle sciagure provocate dalle manovre militari, pur riconoscendo agli specialisti il dovere dell'addestramento se si vuole mantenere una Forza Armata efficiente e moderna alla pari dei partner europei.

 

Nel 1984, un jet d’addestramento G91T esplode durante l’atterraggio a Decimo. Muoiono il maggiore Adriano Candotti di 32 anni e il sottotenente Dino Facchinelli di 25.

Questo velivolo, un gioiellino dell’Aeronautica di costruzione italiana, era stato prodotto in migliaia d’esemplari ed esportato in tutto il mondo, per le sue doti di manovrabilità ed affidabilità.

Aveva già provocato altre tragedie nel campo scuola pugliese, ove aveva sostituito il vecchio T33 americano di coreano ricordo; ma gli incidenti sono computati nell’inevitabile media.

 

Nell’89, durante le prove per la sfilata militare del 7 giugno, due elicotteri in dotazione ai carabinieri, dei sette (AB412 – A109) in volo, si toccano sul cielo di Roma, in Piazza di Siena.

Il maresciallo Nicola Peretta di 48 anni ed il suo collega Ugo Cortesi di 53 si schiantano sul prato tra le fiamme e la macchina diventa una trappola mortale.

La tragedia giunge dopo appena ventiquattro ore da quella di Pietralata, con la morte di due giovani granatieri precipitati in un burrone insieme al loro cingolato.

- Morire per una parata non è accettabile - tuona Falco Accame in Parlamento e pone il problema dell’osservanza delle norme di sicurezza - specie nei riguardi della popolazione civile, norme non di rado non seguite, anche quando esistono: una nuova normativa approvata dal Parlamento deve essere al più presto promulgata -

 

L'incidente aereo verificatosi presso Campobasso il 7 agosto 2001, in cui perde la vita il pilota Tiziano Castellucci, su un aereo AMX Ghibli, decollato dall'aeroporto di Amendola FG, segue un analogo verificatosi nei pressi di Rimini il 12 aprile, dove muore il capitano Giuseppe Carrone, a sua volta successivo all’incidente dell’8 febbraio a Treviso, che procura la scomparsa del maggiore Davide Franceschetti.

Tre sciagure simili in tre mesi, con l’identico tipo di velivolo, un cacciabombardiere di fabbricazione italo-brasiliana, in sinergia Aeritalia, Aermacchi, Embraer, reiterano alcune questioni che riguardano la sicurezza al volo, l'addestramento, la manutenzione e le stesse caratteristiche dell'aereo.

I velivoli precipitati ed i piloti caduti vengono ad incidere paurosamente su una statistica già per sé preoccupante, tali da indurre ad una sospensione cautelativa dei voli come è accaduto nel trevigiano.

 

Negli anni settanta, invece, erano stati gli elicotteri Augusta Bell 205, in dotazione all’esercito, ad aggravare il bilancio: scoppiò lo scandalo delle turbine assassine, ovvero, un difetto di fabbrica che lo Stato Maggiore tardava a considerare e che, in un colpo solo, aveva ucciso sette uomini d’equipaggio.

Con la morte del generale Mino in Calabria nel ‘77, vittima illustre di quel velivolo, l’indagine si sarebbe mossa con più decisione.

Saltò fuori che altre simili macchine volanti erano esplose, fortunatamente in fase di decollo o di atterraggio, senza quindi provocare ulteriori tragedie, ma che si continuava ad archiviare quegli episodi nei casi di normale statistica di incidenti aerei.

 

   Una normale statistica che non convinceva le mamme; emblematica fu, infatti, la risposta di un ufficiale ai disperati perché della mamma del sergente Gianni Conti: ogni anno, nelle caserme, sono previste xx morti e suo figlio è tra questi.

Una fredda e cruda ottica militaristica d’altre epoche, sbattuta faccia a genitori di giovani educati a casa ed a scuola nell’amore delle istituzioni democratiche, nella salvaguardia della vita umana, del suo valore, a beneficio uguale per tutti, conquistate con l’apporto di un’intera nazione.

In realtà, l’autorevole risposta fu molto più sciagurata, tant’è che la signora replicò sorpresa e stordita: Ma perché devono morire xx ragazzi? Non siamo in guerra…

 

A Firenze (77), un allievo ufficiale riesce nell’intento suicida, lanciandosi dalla finestra, dopo essersi vanamente rivolto in infermeria (priva di medici).

Scoppia la protesta dei commilitoni, un vero e proprio ammutinamento, e al comandante della caserma è frenata la facoltà di spiegare al personale riunito in assemblea spontanea le motivazioni dell’atto e di illustrare le opinioni ufficiali nel merito.

Le aveva già espresse in separata sede e pertanto aveva fatto montare la rabbia: il suicidio rientra nella normale amministrazione delle caserme.   

 

   In Friuli (89) Alessandro Trentin, alpino, muore fulminato da un colpo partito accidentalmente dalla mitragliatrice MG42/59 in dotazione.

I carabinieri cercano di capire il perché l’arma risultasse ancora carica alla fine dell’esercitazione a fuoco e se l’alpino fosse stato sufficientemente addestrato all’uso delle mitragliatrici.

Basta con il solito copione – interviene l’ANAVAFAF – quello dei messaggi di cordoglio, delle inchieste, della burocrazia: la sicurezza prima di tutto, poi si dovrà discutere degli altri problemi.

Ancora un colpo esploso accidentalmente che stronca la vita ad un giovane chiamato ad assolvere obblighi costituzionali di leva. Ancora, dunque, morte in caserma.

E ancora un telegramma di cordoglio del ministro, ancora un’inchiesta ministeriale e giudiziaria. Ancora lungaggini e lungaggini burocratiche, sino al crepacuore dei genitori, per stabilire se è morto nell’adempimento del proprio dovere, se è da riconoscere caduto per servizio per cui la famiglia meriterebbe un dignitoso risarcimento.

Un dignitoso risarcimento che solo in rarissimi episodi, cause le assurde interpretazioni di un’ambigua legislazione, viene erogato.

Un infinito copione che sta distruggendo del tutto la fiducia delle famiglie italiane nel consegnare i loro giovani alle forze armate.

Idonei criteri di sicurezza, di sanità e di vivibilità, da attuare immediatamente, sono la reale e giusta riforma del servizio militare, e poi si dovrà discutere sulla riduzione del periodo di leva, se è il caso di arruolare tutti volontari, se esistono le condizioni di chiamare anche le donne.

 

  

 

 

C’è un’altra statistica che le gerarchie pubblicano, limpida e immediata, quella delle infrazioni militari, inserita nella relazione del Morale e della Disciplina, elaborata in attuazione dell’art 24 della legge 382 \ 78.

Nel 1989, a firma del ministro Zanone, è riportato che su un totale di 665.122 militari alle armi nel periodo considerato (87), sono state inflitte, tra le altre, 33.101 consegne di rigore e 82 sanzioni di stato, di cui 31.316 a militari di truppa nel primo caso e 49 nel secondo.      

La consegna semplice appare prerogativa della truppa, avendo ricevuto 265.894 punizioni su un totale di 267.342 il quale include sottufficiali ed ufficiali.

Nello scorrere i dati della Disciplina, pubblicati nel 1983 dal Ministero Spadolini, l’ANAVAF aveva già denunciato che era stato punito il 93% dei soldati (255.000); una Forza Armata di incapaci ragazzi italiani o di superiori lasciati al loro arbitrio di vessatori?

  

   Chi erano questi ragazzi che portavano le stellette, troppo, troppo spesso sagome da punizioni e da nonnismo e che non sono più rincasati.

Nelle ultime pagine di questo documento storico, nel ricordo di tutti, in assoluto, prendiamone un numero appena significativo e scorriamo l’esito dei relativi procedimenti penali avviati, ove l’associazione ne sia informata,

Crediamo che ognuno - famigliari dei caduti in tempo di pace, istituzioni, amministratori e politici, sindacati, cittadini impegnati e comuni - debba operare, da oggi nel futuro, almeno nel sacrosanto rispetto della loro memoria, per guidare i legislatori a rifondare le nostre caserme in uno stato di vero progresso, degne d’appartenere ad una rinnovata civiltà europea.

 

69 Ivano Colombo archiviato

75 Costantino Vittori archiviato

76 Franco Parillari nessun procedimento

78 Igino Soru archiviato

79 Giovanni Bonaccorso condanna per tre ufficiali medici

83 Giampiero Altobelli archiviato

83 Marcello Comelli archiviato due volte

83 Salvatore Giannaula archiviato tre volte

83 Giuliano Pesce nessun procedimento

83 Gianfranco Mela esito negativo

84 Ercole Miotti esito negativo

84 Massimo Vicari archiviato

84 Giuseppe Barbaro nessun procedimento

84 Fabio Colono nessun procedimento

85 Franco Villano archiviato

85 Fabrizio Taroborelli archiviato

85 Luciano Ghidoni

85 Giorgio Bordignon archiviato

85 Daniele Colella archiviato

86 Alessandro Marini archiviato

 

Alessandro Marini di Colleferro era stato tenuto tre giorni in caserma con la febbre a quaranta, considerata da influenza. Muore invece stroncato da meningite.

 

86 Raimondo Carletto archiviato

86 Andrea Calvetti nessun procedimento

86 Michele Stocco nessun procedimento

86 Domenico Cannella esito negativo

… Evo Montanaro archiviato, Simone Ceppaglia, Maurizio Galbusera…

ed ancora…

Luciano Cocco, Cristiano Tommasini, Edoardo Barretta, Carmelo Papasidero e Carmelo Chieppa, Maurizio Simone e Cosimo Cavallo, Luca Soldati, Enzo Tecchi, Giovanni Guarda e Fabio Dall’Alba, Luca Vanzo, Paolo Evangelista, Valerio Onofri… tutti per incidente.

 

   L’inchiesta sul caso “Onofri” apre uno spiraglio sulle responsabilità gerarchiche.

Il giovane è alla guida di un anfibio lungo l’argine del Livenza, nel quale viaggiano il sottotenente istruttore e un caporale capocarro.

Il mezzo scivola nelle acque e Valerio muore annegato.

Il giudice Nicola Maria Pace invia comunicazione giudiziaria al comandante del battaglione. 

 

ed ancora…

Fabio de Vecchis, Roberto Kos, Pasquale Renna, Ivano Pagni, Silvestrino Curò, Angelo Allocato, Vladimiro Nesta, Sergio Puritani, Carlo Zapparoli… tutti per suicidio.

 

Marco Pagliazzi per crisi d’asma, eppure abile arruolato e addetto alla sorveglianza.

Roberto Stoppa assassinato in caserma

Emilio Moriggi collasso

Francesco Paolo Romito deceduto in branda

A Cagliari, dietro rimprovero di un superiore, che inoltre gli aveva proibito di usufruire della tanto attesa libera uscita, Domenico Esposito, dopo aver reagito con rabbia ed improperi, tenta il suicidio.

Un giovane verosimilmente psicolabile, preoccupato per il ritardo dei suoi studi, del suo avvenire… ed è arrestato per insubordinazione.

 

   Quante di queste famiglie hanno ottenuto il doveroso risarcimento statale, il quale, ripetiamo non potrà mai appagare la morte di un figlio, ma altresì dimostrare quanto la nazione sia riconoscente al loro sacrificio

Le perplessità sorgono quando saltano sulle cronache (86), casi come questo di Concetta La Mantia, vedova di Raffaele Soru caduto in Conngo nel 1961.

La signora non ha mai ricevuto nulla dei 150 mila dollari stanziati dall’Onu per quelle 14 vittime.

 

 

 

 

Un futuro di garanzia democratica?

 

\…\ Mi preme anche ricordare come questo processo di ripensamento, pur avendo ad oggetto una delle istituzioni più intimamente connesse all’idea stessa di nazione, debba collocarsi oggi in un orizzonte molto più aperto.

Oggi è l’Europa ad interrogarsi sul futuro dei suoi eserciti.

Prestissimo sarà L’Unione Europea ad esigere dai paesi membri che i processi di modernizzazione siano accelerati e coordinati verso obiettivi comuni.

La sfida che la Commissione Difesa ha raccolto \…\ nel riuscire a portare nel nascente sistema di difesa europeo Forze Armate moderne, efficienti e profondamente democratiche.

[ da Episodi di violenza e qualità della vita nelle caserme delle Forze Armate.

Camera dei Deputarti – Commissione IV Difesa – Indagini conoscitive… n° 29 – Atti parlamentari XIII legislatura.

F.to Presidente Commissione Difesa Valdo Spini] 2

 

7 gennaio 2003

articolo stampa

Modena. Il corpo senza vita di un giovane allievo del 184° corso dell’Accademia di Modena, R.C., 19 anni, originario della provincia di Avellino, è stato trovato poco dopo le 16 riverso sul selciato di via 3 Novembre, una strada che fiancheggia l’edificio della storica Accademia.

Il giovane, che indossava l’uniforme di servizio, è morto cadendo da una finestra del quarto piano del palazzo.

Le prime indagini fanno pensare ad un suicidio, anche se non sono stati trovati biglietti o altro.

“Il giovane era sereno e in mattinata aveva partecipato ad una gara podistica – ha detto il colonnello Filippo Maria De Martini – Per questo non riusciamo a spiegarci cosa possa essere successo.”

Il corpo del ragazzo è stato visto da diversi cittadini che a quell’ora si trovavano a passare per le strade del centro, ma non ci sono testimoni diretti.

 

29 gennaio 2003

sintesi da articolo stampa

L’artigliere Valerio Campagna muore di tumore al ritorno dalla Bosnia.

Aveva avuto i primi sintomi a Sarajevo.

Falco Accame, presidente dell’ANAVAFAF, lancia l’allarme, ove ce ne fosse ancora bisogno, sull’uranio impoverito.

Denuncia il secondo caso da sindrome dei Balcani, dopo quello di un maresciallo ancora in terapia.

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma perché devono morire xx ragazzi? Non siamo in guerra…

Fu, come già sappiamo, la risposta di Concetta Proietti in Conti ad un ufficiale che le sottolineava l’ineluttabilità di una statistica.

Eppure, la storia insegna che, ieri ed ancora oggi, guerra – frutto di alleanze e trattati  - è interpretabile nel bisogno di quei morti entro e fuori il suolo patrio, per rafforzare, in ambito internazionale, credibilità di stato e beneficiare d’utili amicizie.

 

Nell’agosto del 1855, una nostra brigata di 15 mila uomini, guidata dal generale Cialdini, contribuisce alla vittoria finale di Sebastopoli operata dalla coalizione Francia, Inghilterra e Turchia contro la Russia

I bersaglieri di La Marmora, con il loro sacrificio, suscitano entusiasmo alla Cernaia.

Cavour, il nostro celebrato statista, intuisce che se il Piemonte vuole avere mano libera nella conquista di tutta la penisola italiana, senza cioè troppi intralci dalle potenze europee, deve spargere sangue italiano su quel lontano ed incomprensibile campo di guerra.

Oltre ai caduti, 118.000 alleati sono uccisi dal colera e dal gelo.

Al Congresso di Parigi del ’56, Cavour, accomodato intorno al tavolo dei vincitori, ne ricava in via informale tutto l’aiuto possibile per la guerra di successione a favore dei Savoia sulla penisola italiana.

  

Ho bisogno d’alcune migliaia di morti in questa guerra lampo, se vogliamo sederci al tavolo dei vincitori per mantenere ed allargare l’impero furono, più o meno, le parole di Mussolini ai timori espressi da Vittorio Emanuele, tentennante sulla decisione di entrare nel conflitto affiancando i tedeschi.

E il re firmò.

I morti, dal ’39 al ’45, furono invece 400 mila, incluso il duce e la disgraziata principessa Mafalda - tra i belligeranti se ne contarono oltre 40 milioni, civili compresi (50%) - e comportarono la disgregazione dell’impero.

 

   Un bisogno che appartiene ad una certa strategia ideologica, ma che, dalla seconda guerra mondiale, è sempre di più il popolo a compartecipare, non essenzialmente quello in uniforme.

Anzi, dagli avvenimenti bellici dell’ultimo secolo, è l’inerme popolazione civile la debitrice, oggi, in maniera sempre più esclusiva, vedi la Shoah, Hiroshima e Nagasaki, Vietnam, Iraq, ex Jugoslavia, New York, Palestina - Israele, Afghanistan...

 

Germania e Francia, tra gli ultimi fatti iracheni, con il loro veto anti-intervento appaiono europeisti illuminati e che abbiano finalmente imparato la lezione storica.

Ma la verità, le giuste ragioni delle parti, appartengono sempre alla letteratura futura, quando la storia viene riscritta da uomini lontani dalle vicende.   

Auspichiamo, comunque vadano le cose, siano i prodromi di una strategia mondiale più umana, in altre parole, di una futura politica realmente al servizio dell’umanità e che già si sta facendo strada nella logica degli arbitri.

 

 

   La storia scritta di là dalla volontà degli uomini, la fatalità delle guerre e dei suoi morti, la fatalità dei caduti in tempo di pace allo scopo di mantenere pronte le strutture armate, è invero traducibile nel fatto che essa, in moto perpetuo,  omologa se stessa e i protagonisti in ogni epoca.

Non ne usciremo mai se gli attori perseverano a controbattere con una delle due risposte in rivalità, identificatorie di amico-nemico, credente-infedele, povero-ricco, uguale-diverso… il seme di amore-odio, fruttifero di violenza e della tragica anafora guerra-pace-guerra...

 

 

 

 

 

 

 

 

Testi

a cura di Ferruccio Gemmellaro

Bibliografia

Archivio ANAVAFAF, Pubblicazioni di atti e dati statistici parlamentari e ministeriali, Il Giornale dei Militari, Forze Armate e Società, La Tribuna di Treviso, Quotidiani e Periodici d’epoca